Stanca di mente e di corpo, si assopì al nascer dell’alba e non si risentì che verso le sette. L’avvocato era partito da mezz’ora. Ecco, era di nuovo sola! Che fare? Come passare il tempo? Come distrarre la mente? Desiderava tanto ardentemente un po’ di pace: dove trovarla?

Si aggirò per la casa, senza riuscire ad occuparsi. Poi sentì bisogno di aria, di moto, e uscì in giardino. Gabriel le venne subito incontro: erano tre giorni che aspettava un certo ordine. Le parlava, le parlava, ed ella, per quanto facesse, non riusciva a raccogliersi così da poter rispondere a tono. Laggiù, in fondo al viale, il cancelletto che metteva alla parrocchia era spalancato. Le parve un invito. Sì, sì, rifugiarsi in chiesa, pregare, pregare, pregare.

Vi andò subito. A quell’ora, là dentro, non c’era nessuno. Sedette nel suo banco col viso tra le palme, e cominciò a raccomandare fervorosamente a Dio suo padre; ma il pensiero corse tosto a Luigi, si trovò trascinata nella ricerca affannosa. Oh non avere un luogo in cui poterlo vedere almen con la mente! Si sentiva come sollevata da una mano potente e terribile, in alto in alto, in luogo di dove la vista spaziava su città e villaggi brulicanti di uomini furibondi. Luigi era là, si trattava di scoprirlo in quel formicaio. Una cosa tanto impossibile! Almeno esser certa ch’egli era vivo! Cercava di rammentare quello che aveva provato l’altra volta, quando egli aveva dovuto fuggire. Anche allora aveva sofferto, ma almeno era stata avvertita! Oh una parola, una sola parola, scritta o pronunciata! Ma che strazio questa ignoranza assoluta, questo trovarsi perduta fra tenebre fitte!... Abbandonarsi a Dio, non c’era altro... Ebbene, ecco si abbandonava. Ascoltava il cuore batter forte forte e aspettava, parendole di sentirsi già spuntar dentro una lieve, repentina speranza. Subito cercava di vedere, d’immaginare uno scioglimento felice, impensato. Una lettera di Luigi, che si diceva sicuro a Genova, a Milano, e l’invitava a partire, a venirlo a raggiungere. Oppure no: egli rientrava in casa all’improvviso e la stringeva fra le braccia. Raccontava subito tutto. Era stato chiamato a veder un malato in una villa, in un castello lontano. L’uomo era agli estremi, ma egli aveva intravveduto il mezzo di ridargli la vita. Solamente bisognava assisterlo continuamente, stabilirsi lì al capezzale, e combattere il male senza dargli un minuto di tregua. Era rimasto, e l’aveva salvato. — Perchè non scrivere? — Ma sì, aveva scritto. — Dunque la lettera era andata perduta?! — Ecco! — E Liana si metteva in ginocchio e tenendo giunte al petto le mani, alzava il viso e gli occhi al cielo e tornava a pregar Dio, affinchè concedesse che la cosa fosse così, per l’appunto come ella la immaginava. Tutto questo non era forse possibile, assolutamente possibile?

— Mio Dio, alla fin dei conti io non vi domando un miracolo!

Una rondine, entrata per la porta spalancata, andava su e giù per la navata di mezzo; s’udiva il cinguettare d’alcune altre posate al di fuori sul cornicione. Dalle finestre lunghe del coro si vedeva il cielo azzurro, il tremolar delle fronde nel sole.

— Mio Dio — ripeteva Liana, supplicando — non fatemi soffrire di più!

Ad un tratto le parve di sentire un leggero rumore di ruote; la via traversa che dalla strada di Racconigi conduceva a casa, passava appunto lì dietro la chiesa.

Si alzò, uscì, riattraversò rapidamente il giardino, pieno il cuore d’una nuova e forte ansietà.

L’avvocato, sceso allora allora dal legno, aveva domandato subito di lei alla serva. Le veniva incontro adagio, ridente, con la faccia di chi ha in pronto una barzelletta, una celia:

— Come va? Come hai dormito? — domandò egli, baciandola.