— Bene — rispose Liana. — E dunque?

— Oh tutto tranquillo. Racconigi pareva un cimitero, stamattina. Ho avuto modo di saper molte cose; ho trovato un conoscente, un certo Ghersi, mio antico compagno di scuola, che credevo morto da anni e che invece è più in gamba di me. È un realista sfegatato; informato di tutto. Per farla corta: alcuni dei capi sono fuggiti o nascosti; gli altri sono stati arrestati. Tuo marito fra questi non c’è.

Liana chinò la testa, mise un sospiro.

— Cosa vuoi di più? — conchiuse suo padre.

Più tardi uscì per rendere la visita al parroco, al notaio, e sentire se c’erano nuove in paese.

— Domani vado a Moretta e a Villafranca — diss’egli poi, tornato a casa. — Pare che il tafferuglio sia cominciato anche là.

Infatti il giorno dopo andò via al mattino e tornò verso sera. S’era fermato poco a Moretta, ma a Villafranca lo aveva divertito assai lo spettacolo degli insorti, che, ordinati militarmente, perquisivano le case dei nobili e demolivano i molini ed i forni feudali.

Egli seguitò così; in quei giorni fu continuamente in moto, malgrado l’afa, malgrado i disagi. Partiva, arrivava, ripartiva; sempre solo, sempre franco, sempre sereno.

Quando si seppe che in Asti era stata proclamata la repubblica, annunziò a Liana ch’egli andava anche là.

— Da quanto ho inteso, là le cose sono molto più serie che altrove. Chi sa...