E perchè il mangiare e il bere tengono l’uomo allegro, i valenti uomini parlavano e ridevano molto fortemente; e quando ebbero fatto una moltitudine di parole e le maggiori risa del mondo, presero commiato e andarono ai loro luoghi ciascuno.
Non rimase se non Pagano; il quale, come li vide andati via, spense tutti i lumi ch’erano nella stanza, salvo che un torchietto, e quello prese per salire in camera. Ma saliti quattro o cinque scalini, ritornò in sua memoria; e, come colui ch’era costumato, discreto e riguardoso, pensò un poco dicendo fra sè: — Nella mia camera sta serrata la mia dama novella. Che le dirò presentandomi a lei? Le dirò soavemente: — Deh voi siate la benvenuta... Cristo, nostro Sire, vi doni la buona notte... In cortesia io vi domando che voi mi perdoniate il disagio e la gran manchevolezza di questo mio luogo. — E dette queste parole, che mi risponderà? Che interverrà? Delle due cose sarà l’una: o mi discaccerà, o mi lascerà dimorare. E dimorando, come mi dovrò portare? Io non posso richiederla d’amore perchè mi pare molto onesta donna, perchè devo tenere suo onore in piè, perchè non la voglio in disordinato modo. Come mi dovrò portare? Certo che se io fossi stato più grande amatore di dame e damigelle, ora non sarei così impacciato e impedimentito. Sire Amore, sire Amore, donami aiuto e consiglio!
Non sapendo che si dovesse fare, spense il torchietto, poi chetissimamente rammontò a guisa di letto la paglia fresca sparsa sul pavimento, e si pose adagiato.
Ma ebbe una molto pessima notte.
Passata che fu la notte e venuta l’alba, Pagano si levò, chiamò due servi e comandò loro che discendessero giù nella valle, e cercassero e prendessero una donna giovane e piacente, che potesse fare da cameriera alla dama. Innanzi mezzogiorno i due servi tornarono alla rocca, menando una guardiana di pecore, la quale aveva nome Gisla. Questa Gisla fortemente strideva, pregando il nostro Signore che la dovesse aiutare.
Pagano la disciolse e l’andò confortando, fin che fu presta a fare ciò che lui comandava. E allora le diede un paniere di delicate vivande confortative e ristorative, buon confetto aquicelus fatto con pinocchi e miele, un’anguistara di finissimo vino vermiglio; appresso l’accompagnò pianettamente all’uscio della camera dov’era la straniera.
La giovane rimase nella camera fino ad ora di vespro: e, quando venne fuori, il signore le domandò come stava la dama. Gisla rispose che la dama stava come persona muta, ma non turbata nè smarrita.
Pagano notò le parole, fu molto allegro e le donò largamente.
Venuto l’altro giorno bello e chiaro, il signore stava provando di molte saette nuove. Olivenco gli era dalla destra parte e Grisagonnella dalla sinistra. Glabrione, ancora ferito nel braccio manco d’un colpo di scure d’arme, batteva la febbre seduto in terra, con la schiena appoggiata alla palificata.