Or mentre Pagano tendeva l’arco e vi poneva suso una saetta, eccoti apparire la straniera sulla soglia della gran torre. Non portava più la bianca benda, e il suo viso pareva una rosa novella; e i capelli, più biondi che l’oro, le andavan per le spalle a grande abbondanza. Non portava più il paoneggiante mantello, ma un bel bliaud di drappo cilestrino, a pieghe fitte e minute sul busto, lunghe e diritte dalla cintola in giù.

Stata che fu un poco, discese il ponticello e si avanzò.

Pagano e i suoi compagni, vedendola tanto leggiadra quanto dire si potesse, rimasero tutti istupefatti; poi la inchinarono e salutarono, come fare dovevano.

Ella rese graziosamente il saluto e passò oltre. Come fu davanti a Glabrione, il fece rizzare in piè, gli sfasciò il braccio dolorante, e vide ch’era piaga da guarire. Lo rifasciò morbidamente, mostrando molta conoscenza in su le fasciature.

Appresso si diede diporto per quel recinto, fin che il giorno venne mancando: allora rientrò nella torre.

Ma riapparve la seguente mattina, e prese a curare Glabrione di sua ferita, e a medicare tutti quelli che avevano magagne o sostenevano dolori. Così si vide che non era dama al mondo che sapesse più di medicine e conoscesse meglio le erbe medicinali.

Non parlava niente: ma ogni sera, essendo nella camera presso la finestra, cominciava a cantare una dolce dolce melodia, ch’era maraviglia a udire. Gli uomini, udendo il canto, si raccoglievano a piè della torre, e ciascuno stava cheto e in grande diletto. Ma Grisagonnella diceva a loro:

— A dolcezza di canto si perdono le vertudi.

Il signore, tutto soletto, andava per il recinto in qua e in là; e spesso se ne veniva a un parapetto, lo quale era a capo l’apertura, e riguardando la valle tenebrosa, dove non si vedeva niente, gli pareva di udire romore d’armi e nitrire di cavalli, come se schiere grosse e cavalieri di gran paraggio, venissero contro di lui, per prendere alta vendetta.

Nel seguente tempo, tanto Pagano continuò a mirare e rimirare la dama del fresco colore e ad immaginare quelle sue grandi bellezze, che uscì d’ogni altro pensiero. Il giorno poco mangiava e meno beveva, la notte non dormiva; e, non trovando requie nè posa, sempre sospirava; — Ahi bella, bella, bella dama, quanto per voi è tristo il mio cuore! — Il capo e la barba si faceva più bellamente apparecchiare che non era avanti; vestiva d’una roba vermiglia, lavorata ad aquile ispessissime d’oro, e a vederlo da lontano faceva gran comparita, ma da vicino era giallo, magro e di malvagio sembiante. Parlava chiuso, perchè diventato cruccioso ed arrogante per amore. Niun diletto gli pareva niente, e non voleva più prendere arme; ma alcuna volta andava fuori quasi per disperamento, e stava come uno lasso e tralunato, e il cavallo lo portava a suo modo e dove voleva; o vero scorrazzava ora innanzi ora indietro, di luogo in luogo, devastando i campi, calpestando i seminati, gettando a terra i lavoratori, cacciando e predando gli animali domestici come fossero fiere. E niuna persona osava per nulla maniera pararsi davanti al forsennato signore.