Di ciò grande mormorio n’era per la rocca e per quei contorni. Grisagonnella ch’era savio per natura e stava molto in sugli auguri: cioè quando il fuoco fa rombo, quando gli uccelli s’azzuffano, quando l’uomo vede il corvo nell’aria o trova la donnola nella via, diceva alla gente:

— Più vale malizia che forza. E io tengo per fermo che se il nostro sire ha la testa piena di tafani, questo avviene per opera d’incantamento. La dama di lontano paese, la quale dimora tra noi, è la più saputa dama del mondo, e molto sa delle sette arti della negromanzia. E sì vi dico che i nemici capitali dei negromanti sono i romiti. Rivolgetevi al Romito giovane, egli vi donerà consiglio santo e giusto.


Questo Romito era giovane forse di ventotto anni: d’alto sembiante bronzino, gagliardo e bene intagliato di sue membra. Andava con il capo scoperto, e scalzo, e portava grossa schiavina: ma pareva veramente cavaliere di scudo, travestito di sua persona.

Abitava una grotticella, formata dalla natura nel monte un poco più in su di Malavasio: una grotticella dove si poteva a fatica distendere; e mangiava radici d’erbe e pomi salvatici, e beveva acqua di fontana. Non stava giorno e notte in orazione davanti alla croce, alla clessidra e al teschio, come i mortificatissimi anacoreti della Tebaide, ma sempre e d’ogni tempo, come che piovesse o nevicasse, andava vagando per la campagna con passo di pellegrin frettoloso. A volte, quando ventura lo portava, saliva alla rocca, ed era usato sedere sur un poco di pratello, vicino all’apertura. I buoni uomini, per volontà di sapere alcuna novella, si ponevano in cerchio. Ed egli, parte in suo, parte in loro linguaggio, parlava dell’alto mare, del gran diserto, di lioni, serpenti, cristiani e saracini. Contava della città di Gerusalem, dov’è perdonanza di colpa e di pena: come gl’infedeli vituperassero i fedeli, e li costringessero a fare brutture sulla pietra dove Cristo fu posato, unto con l’unguento prezioso e involto nel panno oglientissimo; come Foulques le Noir, comte d’Anjou, avesse pigliato a gabbo quegli oltraggiosi spandendo sulla pietra una vescica di vino bianco del migliore del mondo; come le comte de Blois, mentre inginocchiato baciava tre volte il Santo Sepolcro, avesse saputo distaccare coi denti una scheggia, che ora portava chiusa nel pomo della spada a guisa d’una molto santa reliquia.

E i valenti uomini fremevano e si adiravano; volevano armarsi ciascuno di gran vantaggio, e passare oltremare, e fare dei cani saracini una maravigliosa uccisione.

Perseverando adunque Pagano e nello amore e nelle sue matte bestialità, parve tempo ai villici di ripararsi da tanto dannaggio. Si fece l’adunanza di notte. Si formò la quistione. Molte parole v’ebbe. Finalmente si deputarono Bruno bifolco e Girelmo bergiere, che andassero molto cautelosamente al Romito. E come fossero davanti a lui, lo pregassero di parlare al signore di Malavasio, perchè signoreggiasse più a cheto, cioè senza storpiare la gente, senza guastare e rompere le cose altrui.

Bruno e Girelmo andarono; e, giunti dove trovarono il Romito, dissero come ai villici piaceva che dicessero.

Il Romito rispose che farebbe molto volentieri; e preso suo grosso bordone si mise in cammino.