Pagano, poi che aveva desinato, stava sotto un pino ch’era di contro alla torre.
Olivenco, Manfredone, Quosa e Durcogno, riposavano sopra l’erba, più qua e più là dove non poteva il sole.
Il Romito entrò nel recinto; e, quando fu al cospetto del sire, lo salutò cortesemente. Ma Pagano, che con l’animo era altrove, non degnò di rendergli suo saluto. Allora il Romito, molto uomo superbo che niente ridottava, cominciò a rampognarlo in favella latina:
— Si quis agricolarum, caeterorumve pauperum praedaverit ovem, aut bovem, aut asinum, aut vaccam, aut capraeum, aut hircum, aut porcos, nisi per propriam culpam; si emendare per omnia neglexerit, anathema sit.
Dette che il Romito ebbe queste parole, Pagano lo mirò in traverso e molto odiosamente, e disse:
— Servo di Dio, servo di Dio, la coscienza mi riprende di farti onta e villania. Per la qual cosa io ti dono questo consiglio: esci di mia rocca e torna a tua via.
Disse il Romito:
— Mi farai tu forza?
Rispose Pagano:
— Certo se tu stai in mia forza! Che poca ira che tu mi facci, io non ti guarderò nè per schiavina nè per bordone; anzi te lo aggrapperò di mano il tuo bordone: e tanto l’adopererò sulle tue spalle, che soperchio ti parrà. Va a tua via, va a tua via.