Clara. Cosa volete dire?

Uff. Voglio dire che se fra un quarto d’ora non ho nelle mani il colpevole, io regolo il conto a costui.

Clara. È un’infamia!

Uff. No, cittadina.

Clara. Non potete...

Uff. Sì, cittadina. Non solo posso, ma devo. — Ordine del giorno Grouchy, otto nevoso, anno sette...

Clara. Un’infamia, vi dico; un vero assassinio!

Uff. La parola è grossa... (stendendo la mano verso il terrazzino). Guarda, mia cara, a piè di quel campanile che si vede laggiù, ho lasciato Jourdan, Maret e Lecoq: un caporale e due soldati, tre bravi patrioti. Non sono i primi, e non saranno gli ultimi, perchè l’insurrezione è scoppiata in tutti i comuni... (Interrompendosi). Allons! (ai soldati) conducetelo abbasso; accordate i clarinetti, poi vedremo.

Clara (sgomenta, tirando l’uffiziale in disparte). Venite qui, sentite, sentite. Reviglio è innocente, ve lo giuro. Ve lo giuro sulla memoria di mia madre. Non volete credermi? Mettiamo che non possiate credermi... Che cosa v’importa di quella vita? Risparmiatela, e vi sentirete contento... Chi sa che questo non vi porti fortuna. (Trattenendolo sempre, abbassando ancora la voce). Ascoltatemi. Ho dato tutto al rompersi della guerra, anch’io come gli altri: danaro, argenteria, quanto v’era di valsente in casa; ma non tutte le mie gioie, quelle che m’erano più care le ho ancora. Ecco sono vostre, col patto però...

Uff. (ritraendosi, con garbo). Pas de bêtises, cittadina! Parlo italiano, ma non son sempre disposto a capirlo. (Ai soldati) Marche!