Giannucolo. Padre mio, no.

Monaco. Nel peccato della gola hai tu dispiaciuto a Dio?

Giannucolo. Vivo di pane e di acqua.

Monaco. Hai tu offeso i tuoi genitori con l’opere o con le parole?

Giannucolo. Son solo al mondo.

Monaco. Dimmi, in avarizia hai tu peccato? Tenuto quello che tu tener non dovevi? Desiderato più che il convenevole?

Giannucolo (sotto voce, quasi senza volerlo). — Ecco il mio male! Un desiderio...

Monaco. Un desiderio folle, occulto, focoso? Vi sono desideri che struggono i giovani come il fuoco strugge la cera. Tu sei ammalato nell’anima. Perchè non ti raccomandi a Dio?

Giannucolo. Che mi guarisca? Ma io non voglio guarire. Il mio male è la più cara cosa ch’io abbia al mondo. Non posso, per il tormento che mi dà, nè mangiare, nè dormire; spesso sono come fuori di me; e pure non vorrei tornare quel di prima. Vorrei solamente imbattermi in qualcuno che mi soccorresse di consigli. Io non so niente di niente, sono un povero idiota, ma assetato di sapere. Chi mi può dire come si compongono i beveraggi, i filtri di cui ho sentito parlare? Dove si trovano i talismani che arrestano gli effetti ordinari delle cose, o cambiano la condizione degli uomini? È egli vero che per via d’incantesimi uno può diventar bello come messer lo arcangelo, o ricco, nobile, potente come un reale di Francia? Che occorre per ottenere tali effetti? Un patto segreto? Un sacrifizio di sangue? Rinunziare a dieci, a venti anni di vita? Alla salute dell’anima?

Monaco (si mette ancor più attento). Di’ sicuramente, che, il ver dicendo, nè in confessione nè fuor di confessione si peccò giammai.