Giannucolo (tentennando mollemente il capo). Il rimedio vince il male, e io...
Monaco. Taci. Io ti condurrò al monastero, dinanzi al nostro abate, il quale è monaco antico, di santissima vita, gran maestro in iscrittura, di molto più sottile intendimento che tutti noi. Tu esporrai ogni cosa. Egli ti parlerà per religione, per fisica, per filosofia; farà sì che l’eccesso del tuo umore non trapassi in insania. Dopo t’inchinerai alla testa di san Clemente, la reliquia insigne che venne d’oltremare. Dopo ancora tu visiterai la nostra dimora, aperta a quanti hanno sperimentato i pericoli del mondo; fidato rifugio dei pentiti, dei tribolati, dei perseguitati. Fuori è come un palagio, dentro le celle sono anguste e disadorne. Il nostro monastero ha possanza e ricchezze al pari di un piccolo stato; ha poderi in monte e terre in piano, giurisdizioni, dominii e signorie; riceve largizioni e doni solenni d’oro, d’argento e di gemme... Noi monaci passiamo la vita tra le orazioni, i digiuni, le battiture, i cilizi; ci obblighiamo con voto a vivere poveri; le parole «questo è mio» non si pronunziano mai: sicchè pochi giorni or sono fu negata la santa sepoltura a un confratello, morto con due monete nascoste sotto le ascelle... Ognuno di noi, oltre ai suoi doveri, ha il suo ufficio: chi studia le antiche memorie, chi minia pergamene, chi riscuote i tributi, chi provvede al refettorio, chi accoglie i pellegrini... Tutti c’inebriamo di sacrifizio: e da quest’ebrezza, congiunta alla concordia degli animi, alla pace degli atti, scaturisce la forza della nostra comunità. Uomini in altissimo stato ambiscono d’esser chiamati nostri fratelli; vicini a morte prendono l’abito, supplicano d’esser sepolti nella nostra chiesa perchè la preghiera vegli sulle ceneri loro in sempiterno. Vieni meco, e vedrai...(S’interrompe). Oh, guarda come scordavo il mio ufficio! Sono medico, io: e bisogna che colga l’atropo medicinale e l’erba morella mentre la rugiada bagna ancora la terra. Non t’incresca d’aspettare un poco: ripasserò per questo sentiero. (Si allontana lentamente).
(Giannucolo si aggira qualche tempo tutto agitato, poi si avvia a sinistra. — Il luogo sta vuoto un momento. — Madonna Oretta entra dalla destra: porta una leggera ghirlanda di rose selvatiche sul capo biondissimo: è vestita d’uno sciamito rosato strettissimo dalla cintola in su e da indi in giù largo, e lungo fino ai piedi: ha una leggiadra cinturetta d’argento con una bella borsa: la mano destra nuda, la sinistra coperta con un guanto da falco. Le fanno compagnia Ginevra e Costanza, tutte e due in guarnacca succinta, con velo in capo).
Oretta (piena di corruccio). Ma dove, dove si sarà cacciato quel falco? Io non comprendo. Lo lascio andare sur una lodola, così per provare, e la prende. Lo lascio andare sur un’altra, e vola in alto, in alto, e tanto lontano che lo perdo di vista!
Ginevra. Io l’ho veduto fin qui...
Costanza. Soleva esser tanto maniero!
Oretta (battendo i piedi in terra). E invano l’ho chiamato al pugno!
Ginevra. L’ho veduto fin qui. Non è che uno smeriglio, ma moveva l’ali come un falcon pellegrino...
Oretta (con moti d’impazienza). Ha tutti i segni d’un pellegrin naturale: gli occhi, il becco, gli artigli, le penne maestre, le piume... Tutto, meno la nobiltà! Se lo ritrovo, lo tratto come un falcon villano. Giuro che lo piglio per i geti, lo percuoto a un albero, e lo butto a un can da pagliaio!
Costanza. Madonna, siete troppo crucciosa!