Bernabò. Or via, andate e traetelo qui.

(Macheruffo e gli altri partono correndo. Bernabò passeggia in su e in giù. Oretta sta da parte con le sue damigelle. Gabriotto, Masetto, Pinuccia, Minghina e altri contadini d’ogni età e di ogni sesso arrivano alla spicciolata, tra curiosi e paurosi, e si aggruppano nel fondo. Riappare il monaco bianco, interroga sommessamente Masetto, poi viene avanti e saluta).

Bernabò. Buon dì, messer lo monaco.

Monaco. Dio vi salvi, mio signore. Torno dalla cerca dell’erbe che sanano il corpo; ma ho facoltà di sanare anche l’anima, con lo svellerne tutti i peccati. So che avete sentenziato un giovinetto...

Bernabò (alzando le spalle). Poh! egli non è il sire di Castiglione, nè il Dusnam di Baviera, e non mette conto che voi stiate qui in disagio.

Monaco. Ma è un cristiano di Dio!

Bernabò. Dico ch’egli è un giovane di perduta speranza, infamato di ladronecci e d’altre vilissime cose.

Monaco. E che vi ha rubato?

Bernabò. Un mirabile falcone.

Monaco. Messere, la pena dev’essere adeguata al delitto.