Bernabò. In buona fè, che voi siete un piacevol uomo! Non sapete che il falcone è l’insegna stessa della nobiltà e della cavalleria?
Monaco. La legge antica dice che chi ruba un falcone, se può, paga dieci soldi d’argento, che valgono il quarto d’un soldo d’oro; se non può, soffre che il rapace gli becchi sei once di carne viva nel petto.
Bernabò. Monsignore lo re Filippo di Valois avendo smarrito uno sparviero, fece andare per tutto il reame una grida, che chi pigliasse il detto sparviero e lo presentasse, avrebbe da lui dugento franchi, e chi non lo presentasse, andrebbe al gibetto.
Oretta (mossa da un pentimento istantaneo, a cui si aggiunge un lontano e confuso spavento, si stacca dalle damigelle e si accosta al monaco). Padre mio buono, io vi rivelerò cosa tanto secreta, che niuno deve sapere all’infuori di noi e di voi. (Sottovoce). Quel giovane m’ha fatta molta villania e onta tale, che non la posso sofferire.
Monaco. Dunque fu ingiuria, non rubamento? Dunque è vendetta, non punizione?
Oretta. Non sa quanto dolce cosa sia la vendetta, se non chi riceve l’offesa.
Bernabò. E ancor dico io che l’ho sentenziato!
Monaco. Sentenza sommaria senza vero giudizio.
Bernabò. Messer lo monaco non v’impacciate, lasciate fare a me ciò che quel malvagio ha meritato.
Oretta. Colui m’ha fatto onta troppo più che io non possa sopportare.