Vitt. (fissandola). Quello che non mi voleva dire per mancanza di tempo, quello che intendeva di scrivermi, riguarda... riguarda forse il suo avvenire?

Sab. (angustiata). Sì. — E poi? Adesso tocca di nuovo a lei a parlare. Io ho risposto. Non le basta? Ebbene, ecco: penso che posso essere ancora felice, e lo vorrei esser presto. Ecco tutto. Vedo che ha capito. Non mi guardi così: potrei indovinare. E non voglio. Non voglio indovinar niente! Voglio sentire, voglio sapere da lei. Ecco!

Vitt. (addoloratissimo). Come avevo ragione di pregar Dio che tenesse lontana l’ora in cui avrei dovuto compiere intero il mio mandato!

Sab. (atterrita). E io!... Io sentivo bene intorno a me un non so che d’avverso, d’occulto, d’insidioso... È l’avviso interno di poco fa! Oh! (risoluta). Presto! Dunque, c’è un ostacolo? È questo, eh? Cos’è? Cos’è? Abbreviamo il supplizio.

Vitt. Il desiderio di Carlo.

Sab. (quasi inorridendo). Ah!... Mio marito è morto desiderando che io... Possibile? Sì, questo si può desiderare, ma dirlo? Che cosa! Dirlo!... (scattando.) E adesso voglio tutto. Voglio le sue parole, una a una, per ordine, come le ha pronunziate. Devo poter pesare il loro significato, giudicar della loro portata. Può andarne la vita! Che ne sa lei! M’han voluta legare: ho il diritto di veder la catena. A noi, a noi: desiderio o volontà?

Vitt. (sommessamente). Volontà.

Sab. Ah! (come sollevata). Sta bene. Non devo passar a nuove nozze, perchè l’ultima volontà di mio marito vi si oppone. Son questi i termini esatti? Possiamo parlar chiaro quanto ci piace, oramai. La volontà! La volontà! La volontà! (a Vittorio). E lei... Lei ha ricevuto l’incarico di farla eseguire? (amaramente). S’è preso un bell’assunto, lei!

Vitt. (tristamente). Lo so: l’ho visto subito; è più d’un anno ch’io penso a questo. Oramai, non mi può fare un’obbiezione ch’io non abbia fatto cento, mille volte a me stesso. Non potrei ribatter pur una delle sue ragioni. Son disarmato nel campo della logica, la vittoria è sua. Perciò non mi rivolgo alla mente, io, mi rivolgo al cuore. Mi secondi, signora; torni indietro con me, venga al giorno in cui si è separata da Carlo... Rammenti l’angoscia dell’ultimo addio!... E poi, e poi, e poi... io vorrei aver modo d’esprimere ciò che quell’infelice pativa diviso da lei. L’acerba ed intensa tristezza che l’opprimeva, lo spasimo di certe ore, le ribellioni insensate... Vivevo con lui nella stessa capanna: so tutto, le posso dir tutto. Sempre così, sempre turbato da uno stesso pensiero, sempre con quell’immagine sola, che non si spostava mai dalla direzione del suo sguardo, che non lo lasciava mai, nemmeno fra i rischi, le ansie, le spietate fatiche di quei giorni. La vedeva nel cielo, nella nebbia; nel candor della neve, nell’ombra dei burroni. Lei, lei, lei! Sempre lei!

Sab. (Immobile, muta, lo guarda, come affascinata dalle sue parole).