L’orso, molto bruno e di terribil forma robusta, stava acquattato sur un poco di rialto erboso. Aveva fiutato ben da lontano i due che lo cercavano, ma non se ne dava per inteso; e solo quando vide che giravano lungo l’acqua cheti e chinati, come per prenderlo nel fianco, cominciò a fare mal grugno e a mandar fuori certe voci porcine, che forse volevano dire: — Cristiani di Dio! badate a quel che fate.

Biagino, quando fu presso a cinquanta passi, vide che l’orso arruffava il pelo e puntava puntava come fanno i cani prima di dare addosso. Subito, lasciandosi vincere troppo dall’impazienza, si pose a viso il suo archibugio, strinse la manetta, fece abbassare il serpentino, e diè fuoco alla carica. Poi, lesto, si curvò sotto il fumo per veder se aveva colpito.

— Troppo presto! — urlò Marchioto. Ma sparò precipitosamente anche lui, e riurlò: — Scappa che l’orso è ferito!

L’orso veniva a saltacchione, rugghiando e digrignando. Di botto si rizzò, massiccio e violento, come volesse fare alle braccia.

— Ah me! — esclamò Marchioto; e sfoderato il pugnal pistolese, si fece innanzi per investire la belva alla vita e metterle una pugnalata nella trippa. Ma urtato nelle narici da una tanfata, da uno sbuffo di fiato atroce, si sentì correre un gelo dai piedi ai capelli, un gelo che gli penetrò nell’ossa, gli passò nel cuore, lo soverchiò. Rimase ancora un istante immobile, col braccio teso, in atto bravo; poi la testa gli si empì di paura e via di galoppo.

Biagino si vide perduto; afferrò l’archibugio per la canna e misurò un colpo disperato al muso dell’orso. Il colpo cadde a vuoto e l’arma andò in terra. Allora, sul punto d’aver la stretta, indietreggiò come potè; poi si cacciò sotto a chius’occhi e combattè a pugni, a calci, a corpo a corpo. Tutt’a un tratto ecco che gli si sfondò sotto il sabbione; cadde rovescio; e l’orso addosso. Dettero in un tonfano, fecero due gran rivoltoloni e si separarono: la belva si slontanò a nuoto, il giovane diguazzò tanto che si ritrovò all’asciutto.

Stette egli come svenuto qualche tempo, chè aveva bevuto assai e si sentiva soffocare il cuore; poi a poco a poco riebbe gli spiriti vitali; e, sollevatosi alquanto, guardò intorno.

L’orso era di là dall’acqua; e un po’ si scrollava tutto e spruzzava in giro, un po’ si aggomitolava per leccare uno sdrucio che aveva nella coscia.

— L’hai avuta? — mormorò Biagino. — Ti sta bene. Anch’io mi dolgo tutto da questa parte e butto sangue per una tua unghiata che mi lascerà il ricordo finchè campo. Ma voglio la rivincita. Ora com’ora no, perchè l’acqua m’ha bagnata la polvere e non posso ricaricar l’archibugio. Ci rivedremo domani. Va pur là che ci rivedremo!

D’improvviso l’orso levò il muso e stette a orecchi ritti come per distinguere un rumore lontano; poi girò gli occhietti, che or sembravano argento vivo or carbon di fuoco; e sospettosamente, gatton gattoni, si mosse verso un macchione folto e profondo che costeggiava quella parte del greto.