L’acqua intorbidata dai tuffi, era tornata limpida e bionda; ogni poco un pesciolino lucente dava un guizzo e spariva. E Biagino rimaneva lì con la testa bassa, sdraiato più che seduto, e molle e stracco e scontento. Cominciava a entrare in uno stato come di sonnolenza, nel quale veniva perdendo il sentimento della realtà, quando gli parve di udire un calpestìo affrettato; e, alzato il viso, scorse alcuni uomini, tutti con armi da fuoco, i quali zitti zitti, si appostavano qua e là, dove finiva il macchione.

Subitamente scoppiò in lontananza, dalla parte opposta, un gran rumore di suoni insieme confusi. Il frastuono crebbe crebbe e si avvicinò: squillavano trombe e corni, rullavano tamburi, pareva un campo in movimento, un esercito in marcia. E di lì a poco comparve la caccia affaccendata. Una frotta d’armati, con spiedi, spuntoni, mezze picche e partigiane, veniva innanzi quasi in ordinanza, fiancheggiando quelli che si sentivano ma non si vedevano. Era un interrogare dal di fuori, un rispondere dal di dentro, un vociare, un sonare, un frascheggiare alla maledetta.

Biagino, attento e concitato, mormorava tra i denti: — Ecco, i cacciatori si sono messi alle poste; gli altri vanno scorrendo e strepitando per scacciar l’orso alla volta dei compagni. Oh beatissima Vergine degli Orti fate che non lo trovino! Fate in modo che io lo possa pigliare, io solo, io solo!

Un cane squittì dal più fitto. Un uomo gridò all’erta. Succedettero due minuti di un silenzio ansioso, quasi spaventato; poi un tafferuglio, un diavolìo: gli uomini urlavano a squarciagola, i cani latravano tutti insieme con orribil modo, le frasche stormivano come agitate da una gran ventaggine. Alla fine l’aria rimbombò d’archibugiate, che l’una non aspettava l’altra: e dopo s’alzò un chiasso di battimani e di voci trionfali.

— Ecco fatto! — pensò Biagino, mordendosi le mani. — Il mio orso è bell’andato. Me l’hanno ammazzato a furore di popolo... Quanti sono? Un’armata. Quei di Cavalermaggiore, quei di Cavalerleone, quei delle cascine... Tutti contro quella povera bestia! Uh, mi vergogno per loro!

Si rizzò, raccattò l’archibugio, spense rabbiosamente la miccia, e s’incamminò dalla parte per cui era venuto.

Attraversato il bosco, passati i terreni incolti, cominciò a vagare senza direzione certa per luoghi coltivati ma ineguali e frastagliati. Di quando in quando si soffermava e minacciava con la mano come se facesse un proposito di vendetta. Poi si pentiva e si rincamminava, dicendo tra sè: — E perchè mi dovrei vendicare? Marchioto è più bello di me; ben veduto, ben voluto, il più gentil galante di tutto questo vicinato. In coscienza non gli posso dar colpa se vuole sposar Clara: ognuno cerca di fare il fatto suo in tutti i modi che può. Non posso pigliarmela con Tomaso. Non ci mancherebbe altro!... Ah, se mi fossi potuto sfogare con l’orso! — Si mordeva il dito, lo alzava iratamente e sollecitava il passo.

E continuando a camminare, ora si proponeva di farsi soldato e passare i monti; ora si risolveva di passare il mare, d’andar lontano lontano, in parte dove non fosse conosciuto, dove nessuno più trovar lo potesse. Sospirava la venuta della notte, senza sapere perchè; e gli era d’un certo sollievo volgere gli occhi verso occidente, donde veniva una gran nuvola procellosa, che s’opponeva al sole, nascondeva le montagne, e gettava sulla pianura un’immensa ombra sinistra.

Dopo un altro po’ di strada, oppresso da un senso di desolazione, di solitudine infinita, si lasciò andare sulla proda d’un campo; e stette inerte, con le gomita sulle ginocchia e il capo nelle mani.

Passò mezz’ora, un’ora forse. Di subito s’avvide che l’aria si oscurava; e sbigottito dal pensiero del padre e della madre che dovevano stare in angustia non vedendolo tornare, balzò in piedi, risoluto d’andare diviato a casa.