Va e va, piegando senz’accorgersene un poco a diritta, dopo parecchi andirivieni, riuscì in una strada maestra. Vide un piccolo tabernacolo mezzo rovinato, e riconobbe il luogo; seguitando ad andare avanti in poco d’ora, si sarebbe trovato alla Rivarola. La cascina era laggiù, coperta dagli alberi e dalle macchie che rivestivano le rive tortuose del piccolo Arian.

Il giovine stette fra due: il dovere voleva, ch’egli non tardasse a rassicurare i suoi, d’altra parte avrebbe dato la metà del suo sangue per riveder Clara. — Vederla — pensava, — anche di nascosto, anche alla sfuggita; poi sarà quel che sarà. — Titubava ancora, quando gli balenò in mente un altro pensiero: — Ella è là fuori, a sedere come al solito, e c’è Marchioto! — Gli entrò nell’anima lo spasimo della gelosia, e non potendo più resistere, pigliò la corsa.

Arrivò all’Arian; sopra vi era un ponticello di legno; e a destra e a sinistra certi olmi bassi, annosi e frondosi che formavano una gran vôlta buia. Da quel buio venne subitamente una voce, la voce di Clara:

— Chi è? chi è là?

Il giovane fissò gli occhi da quella parte, distinse la snella figura appoggiata alla pertica che serviva di parapetto, e rispose quasi timidamente:

— Sono io, sono Biagino Ghiliestra.

Clara fu per mettere un grande strido, si rattenne, fece un segno di croce, e domandò:

— Siete proprio voi? Siete vivo? Marchioto vi ha veduto morire!...

— Ah, l’ho scampata bella! l’ho scampata grossa! Posso attaccare il voto alla Madonna degli Orti che un’altra così non la scampo più!

Ella si staccò dalla pertica, si accostò e riprese: