In quel subito vidi tutto color di sangue, mi credetti incenerito, annientato; e, senza sapere quel che facevo, menai una violenta frustata ai cavallo esterrefatto. La povera bestia s’impennò, voltò corvettando e saltabeccando in un viale a sinistra, andò a dar di cozzo in un portone serrato.
Smontai: ma ero così abbacinato, così intronato, che invece di picchiare e chiedere ricovero, mi diedi a strigare le guide, che mi ero lasciato scappar di mano.
In quella che mi affannavo, tremando convulsamente, il portone si spalancò, un contadinotto tirò sotto il portico il cavallo e il legnetto: un uomo attempato, in mezza livrea, mi porse un ombrello aperto, dicendo premurosamente:
— Entri, entri, Gesù e Maria, ero all’ultimo piano e ho visto tutto! Sono io che ho avvertito monsù e madama. Venga, venga. Vuole appoggiarsi ai mio braccio? Passi, passi...
Così dicendo, stava lì, senza avvedersi che m’impediva il passo. Alla fine se ne accorse, si mosse, e io gli andai dietro.
Traversato un cortile, che in quell’ora, con tutta quell’acqua, pareva un lago in burrasca, arrivammo alla porta di casa. Il padrone e la padrona mi aspettavano ritti sulla soglia. Lui, era alto, asciutto, con una capigliatura di splendida candidezza, che faceva parere più bronzina la faccia rasa e rugosa. Lei anzi piccola che no, e un po’ pingue, aveva conservato essa pure molti capelli, e due folte ciocche castagne tirate indietro, le ornavano la faccia pallidetta, ove traspariva una bellezza passata, sfiorita, ma non ancora senile. Tutti e due portavano il bruno grave, e la loro presenza dimostrava una dignità riposata, un po’ malinconica, che moveva a venerazione insieme e a simpatia.
Non si perdettero in parole di complimento, mi condussero in un salotto vicino, mi fecero sedere dinanzi al caminetto, e prendere una buona fiammata e una tazza di caffè. Io dissi il mio nome, il vecchio signore mi disse il suo: Pietro Francesco Gindri. Si parlò del più e del meno. Tanto il marito che la moglie mostravano quell’urbana disinvoltura di modi che è propria delle persone sfranchite nel conversare con tutti. L’uno amava la pittura, l’altra la musica. Di faccia al caminetto vi era un pianoforte; e alle pareti, come tappezzeria, un chiaroscuro in cui erano figurate la quattro stagioni: un vecchierello tutto intirizzito, con le braccia ficcate fino ai gomiti in un gran manicotto, simboleggiava l’Inverno; una vispa forosetta, emergente da una rigogliosa fioritura, la Primavera; l’Estate era un adulto seminudo che percoteva le biade con coreggiato; l’Autunno una venditrice di frutta con una pezzuola annodata intorno al capo e un po’ di scialluccio.
Il signor Gindri mi disse che quella tela, eseguita sul luogo, era opera di Antonio Amaretti, da Pancalieri, un giovane che attendeva con molto profitto alle bellezze dell’arte e agli studi che si competono a un artista giudizioso.
S’avvicinava intanto l’oscurità della notte; la pioggia continuava alla dirotta, scrosciando più rovinosamente che mai.
Il padrone chiamò il servitore perchè accendesse il lume, poi si rivolse a me: