— Come si fa a viaggiare con questo tempaccio? Il diavolo non andrebbe per un’anima.
E la padrona con una gentilezza che veniva direttamente dall’animo:
— Faccia della necessità virtù, e per questa sera, accetti di stare con noi.
E poichè rimanevo sospeso, non per dubbio ma così per cerimonia, il signore riprese:
— Parlo sul serio, sa. Sono pratico delle strade: a quest’ora devono essere assolutamente impraticabili. Le acque dei fossi rigurgitano e allagano. E poi, e poi... Badiamo di non fare qualche imprudenza.
Si cenò in una stanza dipinta tutta a fresco, rappresentante un pergolato fatto di pampini, ricco d’uva, sparso di augelletti variopinti che rallegravano l’occhio. Però la cena non fu lieta. Il contegno dei due ospiti verso di me continuava ad essere correttissimo, ma a momenti vedevo divenire più intensa, più cupa quella malinconia che quasi sempre stava sul volto del marito; vedevo la moglie abbassare mollemente la testa e rimanere come assorta in un pensiero nascosto, famigliare alla mente e più forte su quella che la mia presenza. Poi si cambiavano, sorridevano a fior di labbra e riprendevano il discorso.
Da queste e da altre cose che vedevo e sentivo, cominciavo a comprendere che i signori Gindri vivevano tutto l’anno in quel luogo appartato e solitario. Essi dovevano avere idee e opinioni particolari, ben radicate nel cervello, modi di operare divenuti per lungo uso ordinari e abituali: mi proposi quindi di non contraddirli, di fare il possibile per non riuscire noioso o importuno, per non recar loro il minimo incomodo.
Dopo cena si tornò nel salotto delle quattro Stagioni, dinanzi al caminetto.
Qui bisognava indovinare come i coniugi usassero passare la serata: se giocando, se sonando, se leggendo. Mentre stavo facendo qualche congettura, la signora Gindri disse:
— Oggi è giorno di posta. Fortuna che è arrivata prima del solito, se no ci mancherebbe la Gazzetta Piemontese.