— Se le piaceva il teatro? — esclamò il signor Gindri. — Altro! L’opera seria, l’opera buffa, l’opera-ballo; il dramma, la commedia... Ma poi è venuta la tragedia, la catastrofe. E addio!

Un lungo silenzio successe a queste parole.

Marito e moglie guardavano fisso fisso il fuoco, immobili come due statue. Io pensavo: — O mi diranno ciò che fu questa catastrofe, e mostrerò di condolermi; o non mi diranno niente, e io rispetterò il loro segreto.

Non mi dissero niente. A un punto il marito pigliò le molle come per rattizzare o ravvivare il fuoco: tramestò la cenere, scompigliò tizzi e carboni, e riprese, riponendo lo strumento al suo posto: — Mutiamo discorso, parliamo d’altro. Adesso rileggerò la gazzetta, la spedizione di Tencah, di Medeah... Tanto per far tardi. Poi voltandosi meno afflitto, meno crucciato, e con una specie di rammarico d’aver parlato in quel tono e in quel modo, mi disse: — Ma lei dev’essere stracco morto? Senza complimenti...

E la moglie con una voce ancora un po’ alterata, ma quanto mai si può immaginare dolce e persuasiva:

— Senta: se mai la camera è pronta...

Accettai volentieri quell’offerta opportuna e cordiale: dal canto mio avevo sonno, e probabilmente dal canto loro i miei ospiti non vedevano l’ora di rimaner di nuovo soli a pascersi di malinconia.

La signora scosse un campanello e al servitore che entrò, disse:

— Giacomo, accompagnate questo signore alla camera gialla.

Ci augurammo scambievolmente la buona sera e la buona notte, e ci separammo.