Giacomo mi fece lume su per una scala di pietra, fino al primo pianerottolo, m’introdusse nella camera che mi era destinata e disse:

— La sua sacca da viaggio è già lì sul sofà. Se ha bisogno di qualche altra cosa?...

— Grazie, non ho bisogno di nulla.

— Oggi ha passato un brutto quarto d’ora. Si ha un bel dire. Uno può aver più coraggio di Napoleone, ma, cospetto! col fulmine non si scherza. Basta, il dormire le farà bene... Mi comanda?

— Andate pure.

Il servitore mi porse il candeliere e se ne andò.

La camera gialla era molto grande e sfogata, parata con carta canarina, simile nel colore alla stoffa un po’ sbiadita che soprastava alle finestre, al letto e ricopriva i mobili. Questi erano tutti di mogano, di classico disegno, eccetto una consolle alla rococò, sopra la quale stava uno specchio con la luce tutt’un pezzo e la cornice a fogliami.

Cavai dalla sacca la biancheria da notte, posai sul comodino, accanto all’orologio e all’anello, il tomo decimo di Lo spettatore Italiano, mi spogliai ed entrai in letto.

Siccome per solito non posso addormentarmi senza scorrere qualche pagina, presi il volume, lo aprii a caso, trovai un articolo intitolato Filosofia, e lessi quanto segue:

«Mercè della filosofia, i vampiri sono iti fuori di moda. Perchè dir non possiamo lo stesso degli spettri e delle fantasime? Tuttavia, se la fede alle apparizioni non è ancora morta del tutto, essa almeno più non vive che nelle menti ristrette e nel volgo pusillanime e rozzo.