Nel libro di Flegone, liberto dell’imperatore Adriano, in mezzo a mille racconti da veglia, trovasi la seguente storiella ch’ei dice avvenuta in Ipate, città di Tessaglia. È dessa una delle poche favole di questo genere, trasmesseci dagli antichi, che molto si rassomigli alle superstiziose invenzioni moderne.

Filinnione, unica figlia di Demostrato e di Carito, morì in età da marito: gl’inconsolabili suoi genitori fecero seppellire insieme col suo cadavere gli ornamenti e gli arredi che la fanciulla aveva avuto più cari mentre viveva. Alcun tempo dopo ch’ella fu morta, un giovane signore, per nome Macate, venne ospite in casa di Demostrato, ch’era suo amico. Una sera, essendo Macate in sua camera, Filinnione, di cui questi non sapeva la morte, gli apparisce, gli dichiara il suo nome, e lo induce con mille vezzi a corrisponderle. Macate in pegno di affetto, regala a Filinnione una coppa d’oro, e si lascia trarre di dito un anello di ferro che usava portare. Filinnione dal canto suo, gli fa dono del suo monile e di un anello d’oro; indi prima dell’aurora sen parte.

La notte seguente, ella ritorna all’ora medesima. Nel frattempo che stavano insieme, Carito mandò una vecchia fantesca nella stanza di Macate onde vedere ciò ch’egli facesse. Questa donna tornò indietro ben presto, tutta smarrita, a dire alla sua padrona che Filinnione trovavasi con Macate in ragionamenti. La trattarono qual visionaria, ma siccome ella persisteva in accertare che quanto diceva era il vero, giunto che fu il mattino, Carito andò dal suo ospite e gli chiese se la fantesca non l’avesse tratta in errore. Macate confessò che la vecchia non aveva mentito, narrò tutte le circostanze di quanto gli era accaduto, e mostrò il monile e l’anello d’oro, che la madre riconobbe per quei di sua figlia. Questa vista ridestò nel suo animo il dolore d’averla perduta; ella gettò spaventevoli grida, e supplicò Macate di avvertirla quando la sua fanciulla ritornasse; il che egli fece. Il padre e la madre la videro, e le corsero incontro per abbracciarla. Ma Filinnione, abbassando gli occhi, con mestissimo sembiante lor disse: «O padre mio! O madre mia! Voi distruggete la mia felicità coll’impedirmi, mediante l’intempestiva vostra presenza, di vivere soltanto tre giorni, insieme col vostro ospite, nella paterna magione, e di avervi qualche dolcezza, senza in nulla turbarvi. La vostra curiosità vi riuscirà funesta, perchè io men ritorno all’asilo della morte, e noi mi piangerete non meno di quanto faceste quando fui posta sotterra per la prima volta. Ma io vi ammonisco che non son qui venuta senza il volere de’ numi». Dette queste parole, ella cadde morta, e il suo corpo venne esposto sopra di un letto, agli occhi di tutta la gente di casa.

Si andò poscia a visitare il sepolcro di Filinnione e non vi si rinvenne il suo cadavere; eranvi solamente l’anello e la coppa d’oro che Macate le aveva regalato. Macate, pien di vergogna per aver dormito con uno spettro, di propria mano si uccise. Riesce inutile il far commenti sopra l’assurdità di questa favola».

Chiusi il volume, tenendovi dentro l’indice per segno, e volli meditare un poco sulla credenza nelle apparizioni dei morti, credenza di tutti i tempi, comune a tutti i popoli. Che mai può essere? Una prova dell’insanabile debolezza della mente umana? Un argomento confermativo dell’immortalità dell’anima? Quante volte non mi sono affaticato a rintracciare nella memoria l’origine di certe impressioni sottilissime e misteriose avute Dio sa quando, forse in un’altra vita! Quante volte non ho desiderato con tutte le potenze del cuore di rivedermi dinanzi, sin pure per pochi istanti, l’immagine di qualcuno dei miei poveri morti!

Intanto, a poco a poco, la sconnessione delle idee divenne confusione; i sensi si assopirono; perdetti ogni volontà, ogni intenzione. Nel dormiveglia mi parve ancora di dover fare qualche cosa, ma non seppi più che...

Passò un’ora, forse due, forse tre. D’improvviso mi scossi, spalancai gli occhi, feci quasi un balzo sul letto. Non era più solo. Alla luce tremola e impura della candela fungosa vedeva una fanciulla, vestita da ballo con eleganza congiunta a semplicità, che si moveva per la camera senza fare il più piccolo rumore; e ogni poco si fermava a guardarsi nello specchio ch’era sopra la consolle, come vagheggiasse la sua bellezza, la sua acconciatura, il suo abbigliamento. Chi poteva essere? Una povera pazza? Una sonnambula? Non volevo credere a quello che vedevo, e stavo lì senza batter occhio, senza trar fiato. Tutt’a un tratto osservai, o mi parve d’osservare che le carni e le vesti di quella figura non avevano rilievo e colore distinto, che quel corpo non gettava ombra nè sul soffitto, nè sulle pareti, nè sul pavimento! Volli accertarmi. La maledetta candela, filò, si affiochì e si spense. Pensai di riaccenderla, di rompere quel silenzio sepolcrale con qualche domanda: il pensiero se ne arretrò spaventato. Fu uno spavento istantaneo, prepotente, atroce. Fu come se il cervello si vuotasse di sangue e d’un tratto si riempisse da scoppiare; come se il midollo, i nervi, tutto ciò che conferisce alle membra la forza del muoversi si disfacesse nel sudore di morte che m’inondò la persona. Non vedevo, ma sentivo tuttavia la presenza della forma femminile. Ecco che ella si staccava dallo specchio e veniva verso il letto, leggera come una piuma, trasparente come un velo, e allungava le mani verso gli oggetti d’oro che stavano sul comodino. Ero più certo di questo che della morte; provavo un impulso, una smania di fuga, e insieme un intormentimento strano, resistente all’impero della volontà. Mi trovavo come rinfanciullito, rimbambinito, tornato al tempo in cui non ardivo salire le scale di casa all’oscuro o penetrare da me solo nel boschetto che stava dietro la nostra villa...

Sì, ero andato soldato pauroso come una lepre, ma mi avevano guarito. E mi si affacciava alla mente il giorno in cui avevo ricevuto il battesimo del fuoco, e quello in cui avevo fatto la mia comparita in Parigi con la rilucente divisa di capo squadrone degli ussari e la sciabola d’onore guadagnata un mese avanti in battaglia. I militari spagnuoli fanno distinzione tra bravura, coraggio, intrepidezza, valore. Essi dicono: — Egli fu bravo in quel giorno. — Io ero stato bravo in parecchi giorni della mia vita, ma in quella notte non era più buono a niente. A che mi servivano l’età, l’educazione, l’esperienza, e il fatalismo quasi maomettano acquistato sui campi? Un altro po’ e cadevo in deliquio come una femminuccia! Come mai? Come mai? E cercavo di comprendere, di raccapezzarmi. Che mi era accaduto? Cos’era stato? Un fenomeno morboso, sintomo di una malattia che stavo covando? Un abbaglio, un vedere che aveva fatto la mia mente d’un’immagine non vera, tutta di fantasia? La continuazione a occhi aperti d’un sogno incominciato a occhi chiusi? Avrei dato la metà del mio sangue per potermi capacitare che quello era stato un sogno, magari d’un’intensità, d’un’evidenza, d’un persistenza straordinaria; per poter cancellare dalla memoria quelle ore ignominiose. Ma era impossibile. Di tanto in tanto mi accomodavo, mi rannicchiavo per dormire: ma l’oscurità e il silenzio, invece di conciliarmi il sonno, me lo guastavano. Avevo certi arricciamenti di capelli sensibili, quasi dolorosi, certi brividi veementi e prolungati; e un odore, non so se vero o immaginario: l’odore ingrato delle stanze state molto serrate, mi mozzava il respiro...

Alla fine, quando meno me l’aspettavo, mi arrivò all’orecchio il canto di un gallo. Mi parve che quella voce balda dissipasse l’orror della notte. Riebbi come per incanto il sentimento della realtà; e vestitomi a mezzo, andai francamente ad aprire una finestra. Era già fatta l’alba, un’alba senza albore, e si distinguevano gli alberi rabbaruffati dal soffiar tempestoso del vento, e la campagna disfiorata dalla tropp’acqua caduta. Mi appoggiai al davanzale, esposi la faccia all’aria pura, e stetti lì finchè non ebbi preso ristoro, finchè non fui di nuovo ben presente a me stesso.

Mentre finivo di vestirmi, riandavo le impressioni della torbida nottata trascorsa, e guardavo d’intorno per vedere se potevo scoprire un segno che mi cavasse di dubbio, una traccia indicante la via seguita dalla misteriosa fanciulla nell’entrare o nell’uscire. L’uscio di scala era chiuso, l’altro dirimpetto, che metteva in qualche stanza più interna, era mezzo aperto. Si vedeva un ragnatelo lassù in cima, che andava dal battente allo stipite con tutti i suoi cerchi fini fini e i suoi raggi come una ruota. Se l’uscio fosse stato aperto un po’ più o chiuso affatto, il ragnatelo si sarebbe subito stracciato. Provai, mossi il battente, il ragnatelo si stracciò e una parte rimase penzoloni dallo stipite. Dunque quell’uscio non era stato toccato...