La giovane diede in uno scoppio di pianto. Marta raccolse il foglio ch’era volato in mezzo alla stanza, sillabò malamente alcune parole, s’impazientì, pensò e prese una risoluzione:

— Senti — disse alla figlia, — mi rimane tuttor qualche dubbio, voglio schiarirlo. Vo e torno. Non ti muovere, sai. Sfogati in lacrime. Piangi, piangi: ti farà bene.

Detto questo, uscì in fretta e s’avviò alla scuola, ch’era nel mezzo del villaggio.

Il maestro Cagnardi, lungo lungo, fine fine, con una parrucca e un vestito di color ruggine, pareva un chiodo enorme, dissotterrato di fresco. Misurava innanzi e indietro a passo lento la scuola, ora alzando ora abbassando la voce, e stringendo di tanto in tanto il manico dello staffile. Si voltò al rumore del saliscendi, e andò incontro a Marta guardandole le mani, come faceva per abitudine alle madri e alle sorelle dei suoi scolaretti, dalle quali accettava volentieri polli, uova e ortaggio.

— Ma! ma! ma! — esclamò poi, con sopracciglio minaccioso. — Vedete bene che sto facendo lezione. Cosa c’è? Cosa volete?

— Abbia pazienza — rispose Marta sommessamente: — dia un’occhiata a questa carta.

— Ora non è il momento.

— Oh Signor Iddio! che ci vuol tanto...

— Non nominate il nome di Dio invano.

— Ci vuol tanto, dico, a fare un’opera di misericordia?