La gente entrava, leggeva o compitava lo scritto, e tornava fuori a ciarlare.

— È proprio morto, eh? — Pare. — Ecco un altro che non vedremo mai più. — Poveraccio! me ne sa proprio male. — Era un buon diavolo. — Poh! una lana, che sfido chiunque. — Un prepotente bello e buono. — Prepotente no, ma molto manesco. — Brutti tempi son questi: rivoluzioni, guerre, esecuzioni, terremoti, carestia, epidemie; se continua un altro poco, vuol essere uno sperpero d’uomini, e massime di gioventù, da ricordarcene per un pezzo.

La mattina seguente, le due donne ricevettero la visita di Casimiro Celotto, padrone di un poderetto poco distante dal paese. Era stato coetaneo e amico d’infanzia del povero Prospero, e desiderava qualche ragguaglio sulla sua tristissima fine. Ragguagliato che fu, mormorò tra i denti alcune parole di conforto, di rassegnazione, e si congedò. Due giorni dopo, passando casualmente davanti alla casetta, si affacciò all’uscio, ricambiò un saluto, e continuò la sua strada. Ma la domenica, verso sera, si riaffacciò; invitato a entrare, entrò, e rimase un pezzetto a discorrere del più e del meno.

Da quel giorno in poi prese a frequentare la casetta senza suggezione. Si metteva a sedere dirimpetto a Marta, nella bella luce che per la piccola finestra veniva dentro dal cielo sereno e dalla campagna assolata, e dava le nuove: — La grandine, grossa come le noci, ha mangiato il raccolto dell’uva su cinque colline... I banditi hanno incendiato una villa in quel di Baldichieri... Nel pozzo di una cascina isolata, si è trovata una giovinetta sgozzata come un agnello... A Villafranca si fanno grandi preparativi per ricevere degnamente il vice-prefetto, il procuratore imperiale, e diverse altre autorità del dipartimento...

Egli, sebbene non istruito, aveva molto garbo a raccontare. Rivolgeva a quando a quando la parola anche a Maddalena, con timida e delicata amorevolezza, come se ella vivesse in un ambiente particolare, circondata da un’aria resa pura e quasi sacra dalla recente sventura; le teneva poi sempre gli occhi addosso mentre preparava il desinare o la cena, ancora un po’ pallida, e con una serietà tra malinconica e contegnosa, che non si accordava affatto con l’occupazione ordinaria, ordinarissima a cui attendeva.

Marta ascoltava premurosa; si attristava, inorridiva, si maravigliava; e moltiplicava le interrogazioni e le considerazioni.

Così passavano il tempo nella massima pace.

Un giorno, mentre Casimiro si avvicinava alla casetta da una parte, vide Marta che si allontanava dall’altra. Fu lì lì per darle una voce, poi si rattenne e affrettò lietamente il passo. L’uscio era socchiuso. Lo spinse bel bello, dicendo forte: — È permesso? è permesso? — Nessuno rispose. Entrò e si affacciò all’altro uscio, che metteva sull’aia.

Maddalena era là, sotto la tettoia, a un trenta passi di distanza; stava a sedere, volta per fianco, sopra una carriuola, e riduceva in briciole un pezzo di pane. Ai suoi piedi era un correre scompigliato e minuto di pulcini pigolanti, bianchi e morbidi come batuffoli di bambagia: la chioccia, grossa e giallognola, girava attorno alla covata, chiocciando, raspando, sminuzzando le briciole, e avventandosi furiosamente alle altre galline che si affollavano per beccare.

— Vediamo se si volta verso di me — pensava Casimiro, contemplando così da lontano la bella fanciulla; — se sente che io sono qui; se il cuore le dice qualche cosa...