Tutt’a un tratto ecco un nuvolo di polvere alzarsi poco discosto, ecco un luccicar d’armi. I vaccari si aggrupparono, pallidi alcuni, altri accesa la faccia; chi parlava di rimpiattarsi, chi di lasciar lì le bestie e darla a gambe, chi di andar incontro, chi di star a vedere.

Intanto gli armati vennero avanti, allentarono il passo, fecero alto dove batteva un po’ d’ombra, sulla sponda d’un torrentello che traversava la strada.

Era un venturiero tendasco col suo tamburino, i suoi tre valletti, la sua compagnia; compagnia piccola ma buona: dieci balestrieri e otto pavesari, tutti validi, svelti, bene arnesati con barbute e cappelli di ferro forbiti, giachi di maglia, giubboni imbottiti e corazzine, cioè giustacuori di tela grossa a più doppi, forniti d’una specie di fodera di lamelle rettangolari d’acciaio; più d’uno aveva pure gli spallacci, le cubitiere e i ginocchielli. Lui, il capitano di ventura, uomo d’atletiche membra, incassato tra gli arcioni della sella con i due piedi ben saldi nelle staffe, portava il bacinetto a visiera e a camaglio, l’armatura bianca intera, coperta d’una cotta di velluto cremisi corta e scinta; anche il suo destriere, buono da battaglia e da cammino, era guernito di piastra e di maglia: aveva la barda compiuta di tutto punto, messa in uso in quel torno da Alberico di Barbiano.

I vaccari s’erano avvicinati, strisciando l’un dietro l’altro lungo il ciglione, e stavano lì nel bel mezzo della strada, guardando a bocca spalancata quei bei soldati che si cavavano la sete alla corrente, si asciugavano il sudore, riprendevano fiato.

Il capitano, che non sentiva la fatica, aspettava con una specie di pazienza muta, incurante; e andava sbirciando, così da lontano, le buone opere di muramento e di legname che rendevano quasi inespugnabile la grossa terra piemontese. A un punto, vedendo che i suoi erano all’ordine e pronti ad ogni cenno, si voltò ai vaccari.

— Via! — diss’egli — sgombrate la strada, o vi sprono addosso.

I ragazzi riscossi, spauriti, si sparpagliarono a destra e a sinistra. Uno rimase: un giovinetto cencioso, meschino a vedere, ma con occhi vivi di falco, naso un po’ adunco, bocca stretta ed arcuata; una fisonomia strana, di una stranezza nativa, da cui traluceva un gran vigor d’animo.

— Via! — ripetè il venturiero, con quella sua voce che metteva paura. — A chi dico?

Il giovinetto stette ancora un momento come estatico, poi si accostò passo passo, giungendo supplichevolmente le mani:

— Messere, io non ho mai visto un cavaliere pari vostro. Permettete che vi guardi ancora, e un po’ più da vicino. Che belle armi! Lancia, mazza, spada... Avete tutto, voi. Felice voi!