»—Brava, esclamò il marchese tu hai più senno di tutti. Se tua mamma si ostina a dir di no, peggio per lei.

»Egli ci fece poi ripetere le sue offerte e le sue esortazioni dal sindaco e da altri signori del luogo tantochè la mamma si decise alla fine un po' per le ragioni che coloro le dicevano, e un po' per quelle che la miseria le suggeriva, di arrendersi.

»Rosilde andò quello stesso anno a Milano. Il buon marchese fu di parola, si adoperò per lei e cominciò a mandare una piccola pensione mensile.

»Passarono così cinque anni.

»Rosilde veniva l'estate a passare con noi qualche settimana.

»Ella si faceva grande e bella,—ma scommetterei che non era contenta. Appena arrivava a casa, smetteva i suoi abiti signorili per vestire più dimessamente alla nostra foggia: parlava poco e sempre malvolentieri della sua vita di Milano e si sarebbe detto che volesse dimenticarla e farla dimenticare. Poi ci pativa tanto a lasciarci. Non si lagnava, simulava indifferenza,—ma di notte piangeva e io trovavo l'indomani il guanciale bagnato dalle sue lagrime.

»Ella non era nata per quel mestiere.

»Un'altra, che fosse stata di quella razza, al suo posto si sarebbe leccate le dieci dita.

»Il marchese le voleva bene come ad una figliuola; la faceva tenere come in uno scatolino. dentro alla bambagia: avesse desiderato delle cose, egli non le raccomandava che di chiederle. Preveniva tutti i suoi capricci, anche quelli che non aveva.

»Ma dopo cinque anni mancò improvvisamente. Dopo la sua morte mia sorella venne a casa e ci si disse che aveva risolto di cominciare la sua carriera libera, e che aveva già trovato una scrittura per un teatro di Venezia.