In mezzo alle due case dominatrici un po' indietro la specola quadrata dello speziale come un curioso che coi debiti riguardi osserva due litiganti che stanno per venire alle prese.
Una quarta casupola si levava sopra la linea media del villaggio; imboscata fra due noci giganti che le sorgevano ai due lati: dopo lunghi calcoli, conchiusi che fosse l'abituro di Beppe, smilzo, gramo.
Era notte chiusa. Affrettai il passo; facevo d'indovinare le pietre meno aguzze per posarvi il piede, incespicavo sovente. Qualche volta cadevo; una volta percossi colla fronte una delle croci disposte lungo il sentiero a ricordo di una sciagura. Non so perchè avevo quasi paura come quando ero bambino; involontariamente pensavo ai viottoli vivaci della mia Milano, ai crocchi gioviali dell'osteria del Gallo.
Malgrado le difficoltà camminavo lesto, vo a saltelloni, a sdruccioloni, e mi avvicinavo rapidamente a Sulzena.
Sbuco sotto la casa del Sindaco; sento la sua voce aspra, collerica nel tinello che strapazza la fantesca. Tiro dritto, infilo la strada del villaggio.
Una figura nera viene alla mia volta; poi si ferma e torna indietro. Io proseguo: lo sconosciuto mi precede un tiro di pietra; e ad un tratto sparisce non so dove.
Poco più in là passo innanzi alla casa della povera Gina.
È la seconda volta che in una sola sera penso a lei.
L'immagine di quella disgraziata mi s'affaccia al primo mio giungere in Sulzena ed ora, alla vigilia della partenza, non potevo allontanarla dalla mente.
Avvicinandomi al presbiterio incontro Baccio che mi passa accanto frettoloso senza vedermi.