Debbo dire che Sulzena era ingrandita: notai qualche casa nuova, la capanna di Beppe era stata restaurata e vi notai la frasca e l'insegna turchina dell'osteria che quella sera memoranda del mio arrivo aveva cercato invano.

Si capirà da quel nuovo movimento di commercio che le usanze ospitali del Presbiterio erano scomparse. Feci, solo, un po' di colazione di malavoglia: il rimorso di aver voluto profanare colla curiosità inopportuna i miei cari ricordi, mi levava l'appetito.

Passai la sera a Zugliano, dove il dottor De Emma mi fe' cortese accoglienza,—e mi parlò lungamente di Don Luigi, e riparò un poco colle sue affettuose parole ai disappunti della giornata.

E Aminta?

L'estate scorsa ero in ferrovia: tra Milano e Pavia e non so bene a quale stazione salirono due giovani sposi. Appena il convoglio si mosse—m'ero sdraiato lungo sui cuscini, facevo le viste di dormire—lo sposo senza tanti scrupoli allacciò la vita della signora e cominciò a sussurarle certe parole… che parevano baci.—E lei ci stava…..

Non c'è per me spettacolo più avvilente di questo.

Alla prima fermata, m'alzai risoluto e feci per discendere.

—Buon viaggio e buon divertimento, signori, dissi nel passar dinanzi alle due tortorelle.

La signora arrossì, ma lo sposo fe' un oh lungo un miglio e s'alzò tanto rapidamente che i nostri visi si toccarono.

—Tant'è, disse, e mi baciò. Ero stupito.