Si curvarono sulla fiera e la esaminarono. Aveva la testa spaccata e le spalle imbrattate di sangue: le due palle l’avevano colpita a destra ed a sinistra del collo.

Quel giaguaro era uno dei più grossi, poichè era lungo quasi due metri dall’estremità del muso alla radice della coda e alto quanto una tigre indiana.

La sua pelle era splendida, macchiata irregolarmente come quella delle pantere, ma a chiazze color di rosa con un punto nero in mezzo, mentre il fondo del pelame era d’un color fulvo vivo sopra e bianco sotto.

— Bell’animale! — esclamò Alonzo. Si direbbe che non la cede alle tigri dell’India e della Malesia.

— Ti assicuro che non è nè meno feroce, nè meno robusto, nè meno audace delle tigri. Guarda che collo!... È grosso come quello d’un giovane toro.

— È vero, dottore, che i giaguari sono capaci di uccidere un bue e di trascinarlo lontano?

— Sì, Alonzo, ma non si contentano d’uno. Quando piombano fra le immense mandrie che popolano le praterie della pampa argentina, fanno delle vere stragi, con un solo colpo di zampa spezzano alle vittime la colonna vertebrale.

— È pur vero che si arrampicano sugli alberi?

— Sì, e con molta facilità, e danno la caccia alle scimmie, che di....

Un altro miagolìo potente, echeggiato in mezzo alla foresta, gli tagliò la parola.