— Parla, — disse don Raffaele. — Hai qualche risorsa?

— Forse, — rispose l’indiano. — Abbiate pazienza.

Poi si accomodò a cavalcioni del picco e non parlò più, ma i suoi sguardi si fissavano con ostinazione verso la cateratta, come se da quella parte attendesse un soccorso.

Passò un’ora senza che la situazione dei naufraghi si fosse cambiata. Non si era udito più alcun segnale, nè alcun indiano era uscito dalle macchie dell’isolotto. Aveva potuto, colui che aveva lanciata la freccia, attraversare il canale senza essere veduto e guadagnare la sponda, o attendeva, dal suo nascondiglio, un’altra occasione per lanciare una seconda freccia?...

In quanto ai caimani, non avevano più osato rinnovare l’attacco, ma non avevano però lasciati quei paraggi e non perdevano di vista le prede umane. Ronzavano ai piedi della cateratta, ma fuori di portata delle armi da fuoco, ed ogni volta che i naufraghi si muovevano per cambiare posto, s’affrettavano ad avanzarsi, sperando che l’albero fosse per cadere.

I caribi poi, attirati dal sangue dei tre caimani colpiti dalle palle, si erano radunati a migliaia presso l’albero ed in mancanza d’altre prede, si sfogavano a divorarsi l’un l’altro con accanimento senza pari.

Già le tenebre stavano per calare, quando Yaruri, che fino allora non si era mosso, tese le braccia verso la cascata, dicendo:

— Ecco la nostra salvezza!

XVIII. L’assalto dei caimani.

Sulle onde che si rovesciavano furiosamente giù dalla cateratta, si vedevano scendere, urtandosi gli uni cogli altri, parecchi tronchi d’albero, i quali filavano lungo il canale che i viaggiatori avevano tentato di risalire.