La scoperta di questo grande fiume rimonta ai primi tempi della conquista dell’America, avendo Colombo approdato pel primo alla sua foce, dando al golfo che forma l’estuario il nome di Tristo; pure per due secoli rimase dipoi quasi ignorato. Anche dopo le esplorazioni di Herrera, di Barreo, del cavalier Raleigh, di Vera e di Keymis, cosa strana, nessuno si occupò di visitarlo e anche oggidì può dirsi che nel suo corso superiore è quasi sconosciuto. Solamente in questi ultimi tempi, pochi audaci esploratori osarono avventurarsi in quelle misteriose regioni, ma con poco frutto, in causa dell’ostilità degli indiani. Però hanno potuto confermare una vecchia tradizione, cioè che l’Orenoco è realmente in comunicazione coll’Amazzone per mezzo di due grossi fiumi, il Rio Bianco ed il Cassichiari, i quali entrambi si uniscono col Rio Negro ch’è uno degli affluenti del secondo fiume gigante...
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Cominciava ad albeggiare. Una luce rossastra, con certi riflessi giallastri, s’alzava rapidamente verso levante, fugando le tenebre addensate sotto le immense foreste, che si stendevano a perdita d’occhio a destra ed a sinistra dell’Orenoco.
Le acque, poco prima brune, si tingevano di riflessi madreperlacei, mentre verso levante assumevano delle tinte rosee mescolate a pagliuzze dorate.
Gli abitanti delle rive si svegliavano rompendo dovunque il silenzio. Le scimmie rosse gonfiavano il loro gozzo emettendo le loro potenti grida ed i loro muggiti formidabili che si odono, senza difficoltà, a cinque miglia di distanza; i macachi, scimmie voraci ed agilissime, lanciavano le loro chiamate acute e s’agitavano sulle più alte cime degli alberi, cercando avidamente i nidi delle mosche-cartone per divorare i terribili insetti.
Sulla cima delle palme, i tucani dal becco grosso quasi quanto l’intero loro corpo, emettevano le loro grida bizzarre, dure e sgradevoli come lo stridere d’una ruota male unta; i pappagalli cicalavano svolazzando, mostrando le loro penne cremisine o gialle od azzurre; i bentivì, appollaiati all’estremità delle grandi foglie delle bananeire, salutavano la comparsa del sole emettendo il loro ben ti vi e l’Onorato nascosto in mezzo ai rami più fitti, gettava sul fiume le sue note musicali do.... mi.... sol.... do.
La scialuppa di don Raffaele, spinta da una fresca brezza, s’avanzava sulla grande fiumana frangendo, coll’acuto sperone, la corrente che calava lentamente fra due sponde coperte di boscaglie antiche quanto la creazione del mondo.
Yaruri, sempre silenzioso, sedeva a poppa, alla barra del timone, scrutando le foreste coi suoi acuti sguardi, quasi temesse qualche improvviso pericolo; Alonzo stava a prua, sdraiato sulla banchina, guardando con ammirazione le scimmie che volteggiavano sui rami degli alberi con un’agilità meravigliosa; il piantatore e Velasco, seduti ai piedi dell’albero, parlavano fra di loro fumando delle sigarette di tabacco profumato e delizioso.
La piantagione era già scomparsa da qualche ora e la scialuppa navigava in una curva della grande fiumana per raggiungere la foce del Capanaparo, presso la quale i viaggiatori contavano di passare la prima notte.
Ad un tratto un grido bizzarro, che pareva una nota metallica, venne ad interrompere la conversazione impegnata fra il dottore e don Raffaele ed a strappare Alonzo dalla sua contemplazione.