Alcuni mico, scimmiottini così piccoli che possono stare in una scatola di sigari, graziosissimi, svelti, intelligenti, emettevano le loro grida lamentevoli, dondolandosi all’estremità dei rami, mentre su di un tronco una copia di canindè, bellicosi pappagalli grossi come le cacatoe dell’Australia, colle ali turchine ed il petto giallo, cicalavano a piena voce.
I due cacciatori stettero alcuni istanti in silenzio, indagando cogli sguardi i cespugli, gli alberi e le foglie gigantesche che proiettavano sul terreno una cupa ombra e tendendo accuratamente gli orecchi, poi Alonzo disse:
— Mi sono ingannato. Non odo nulla di sospetto.
— Non fidiamoci, cugino mio. Il giaguaro ci avrà scorti e si sarà rintanato. To’!... Non senti questo odore di selvatico? È passato di qui, ne sono certo.
— Si mostri, dunque!
Aveva appena pronunciate queste parole, che si videro le larghe foglie d’un bananeira aprirsi rapidamente ed apparire una grossa testa colla pelle fulva picchiettata di nero, che ricordava quella d’una tigre, con una larga bocca irta di lunghi ed acuti denti. Gli occhi di quella fiera, contratti in forma d’un i come quelli dei gatti, si fissavano sui due cacciatori, mandando certi lampi che avevano i riflessi dell’acciaio.
— Eccolo!... — esclamò Raffaele. — Indietro!... È affar mio!...
Un soffio potente, che parve un sordo ruggito, uscì dalle mascelle aperte della fiera. Era una minaccia tremenda; annunciava l’imminenza dell’assalto.
— Gli pianterò una palla fra i due occhi, — disse Alonzo. — Guardati, cugino.
Puntò rapidamente il fucile che teneva in mano e senza attendere altro fece fuoco. Era ormai troppo tardi! La tigre americana aveva preso lo slancio ed era partita con impeto irresistibile, descrivendo una fulminea parabola.