Il fumo non si era ancora dileguato che l’imprudente cacciatore giaceva a terra. Il giaguaro gli stava sopra, pronto a stritolargli il cranio o ad aprirglielo con un formidabile colpo d’artiglio.

Raffaele aveva gettato un grido d’orrore. La scena era stata così rapida che gli era mancato il tempo di prevenire o d’arrestare lo slancio della belva.

A sua volta aveva puntata l’arma, ma la tema di sbagliare la mira e di colpire invece il cugino, lo aveva trattenuto. Gettò un secondo grido.

— Aiuto!...

D’improvviso vide aprirsi precipitosamente i cespugli, apparire un indiano armato di una di quelle pesanti mazze di legno di ferro che usano i rivieraschi dell’Orenoco e che chiamansi wanaya, armi formidabili che con un solo colpo sfracellano il cranio più resistente.

Senza pronunciare una parola, senza nemmeno gettare uno sguardo sul cugino d’Alonzo, con un coraggio temerario, quell’indiano piombò addosso al giaguaro e con un tremendo colpo della sua pesante arma lo fece stramazzare al suolo fulminato. La terribile wanaya gli aveva fracassato il cranio.

Raffaele si era precipitato verso Alonzo, il quale, dopo aver respinto il cadavere sanguinante della fiera, s’era alzato a sedere.

— Sei ferito, cugino mio? — gli chiese con voce tremula.

— No, — rispose Alonzo tergendosi il freddo sudore che inondavagli il viso già pallido. — Ma se il soccorso tardava, ero spacciato.

— Nemmeno una graffiatura?