— Neanche le vesti lacerate. Il giaguaro ha avuto un istante di esitazione ed è stata la mia salvezza. Ti giuro però, cugino mio, che mi sento tutto scombussolato.
— Presto, ritorniamo alla piantagione. Una vecchia bottiglia di vino di Spagna ti farà bene.
Alonzo si era alzato raccogliendo il fucile che lo aveva così male servito in quel supremo istante. Stavano per ricacciarsi nella foresta, quando entrambi si arrestarono, esclamando:
— E l’indiano?
Si volsero di comune accordo e scorsero il salvatore ritto accanto ad una palma massimiliana, appoggiato alla sua formidabile mazza, immobile come una statua di porfido.
Era un indiano di alta statura, colle membra assai sviluppate, il petto ampio, coi lineamenti duri, angolosi e gli sguardi cupi che avevano un non so che di triste ed i capelli lunghi e neri, adorni d’una penna d’aracari, cioè d’un piccolo tucano molto comune sull’Orenoco. Aveva il petto adorno di varie linee dipinte in rosso, il collo d’una fila di perle azzurre, alle quali era sospesa una placca d’oro in forma di mezzaluna e per unico vestito portava un sottanino di cotone finissimo, intessuto con pagliuzze d’argento, il guayaro come lo chiamano gl’indiani.
Vedendo i due cacciatori avvicinarglisi, l’indiano non si era mosso, però i suoi cupi sguardi si erano accesi d’una viva fiamma.
— Chi sei? — chiese Raffaele.
— Yaruri, — rispose l’indiano che doveva comprendere perfettamente lo spagnuolo.
— Sei schiavo in qualche piantagione?