Cominciano a crescere in fondo al fiume, piccolissime dapprima, in forma d’una coppa sottile ma profonda, poi si allargano e giunte a fior d’acqua emettono quelle foglie gigantesche le quali hanno i margini rialzati come i tondi e si rivestono d’una formidabile armatura di spine.
Molte di quelle piante avevano già i fiori, bellissimi, vellutati, bianchi ma con tutte le gradazioni del roseo e del purpureo fosco.
Oltre alle victoria regia, sui bassifondi s’alzavano dei veri boschetti di mucammù, una specie di aroidi di legno leggiero, ma che posseggono una corteccia resistente e che emettono pure delle grandi foglie galleggianti, le quali resistevano allo sperone della scialuppa.
Fortunatamente il vento non mancava sul grande fiume, il quale conservava una larghezza di quattro o sei miglia e permetteva all’imbarcazione di correre bordate per evitare tutti quegli ostacoli.
A mezzodì però il fiume tornò sgombro ed i viaggiatori poterono proseguire con notevole rapidità, avvicinandosi sempre più alla foce del Capanaparo, la quale non doveva essere lontana più di venti o venticinque miglia.
La sponda sinistra del fiume, che i naviganti costeggiavano ad una distanza di tre o quattrocento passi, si manteneva priva di abitanti, quantunque il dottore e don Raffaele non ignorassero che quella regione era una delle più popolate, essendo occupate dalla grande tribù degli Ottomachi, la quale si estende dalla foce del Sinaruco a quella dell’Appure. Non mancavano però nè gli animali nè i volatili: sugli alberi, veri eserciti di scimmie si dimenavano urlando, eseguendo esercizi straordinarii, lanciandosi di ramo in ramo con agilità meravigliosa ed in alto volavano bande d’uccelli d’ogni specie.
Si vedevano drappelli di mono, piccole scimmie grigie, colle gambe e le braccia smisurate ed il corpo così magro che vedute in movimento si scambiano benissimo per ragni giganteschi, anzi appunto per ciò furono chiamate anche scimmie-ragno; poi bande di shau, scimmiottini grossi quanto uno scoiattolo, chiamati anche marachine, che hanno il pelame rosso ed una splendida criniera fulva come i leoni; tribù di prego, voracissimi e che producono alle piantagioni danni incalcolabili avendo la manìa del saccheggio; poi stormi di mailhaco, piccoli pappagalli assai ciarlieri, colla testa turchina ed il dorso giallo, altri flagelli delle piantagioni, che devastano ogni specie di raccolto; di canindì, altri pappagalli ma assai più grossi, colle ali azzurre ed il ventre aranciato; di tucani, uccelli bizzarri col becco grosso quanto il corpo, ma cartilaginoso, di color rosso e giallo, gli occhi azzurri ed il petto coperto da una fine lanuggine d’un rosso brillante.
Le penne di questi ultimi uccelli sono ricercate dagli indiani per fabbricare dei diademi che possono portare solamente i capi delle tribù, e questa usanza è stata adottata perfino dai sovrani del Brasile. Anche don Pedro II, l’ultimo imperatore, la seguiva, ma invece del diadema nelle grandi cerimonie portava un mantello di penne di tucano, distintivo di capo supremo del suo paese.
Anche gli abitanti del fiume, di quando in quando apparivano a fior d’acqua, ma per scomparire tosto, non appena scorto il canotto. Erano caimani e testuggini di varie specie, alcune coi gusci verdastri, altre coi gusci bruni a chiazze rossastre irregolari, ma tutte di grandi dimensioni.
Verso il tramonto, Yaruri, che da qualche tempo esaminava con viva attenzione la sponda, segnalò una grande fenditura aperta nella foresta e che si prolungava verso il sud.