VI. I mangiatori di terra.

La prudenza, non mai troppa in quelle regioni abitate da tribù ostili che da secoli si trasmettono un odio profondo contro gli uomini di razza bianca che riguardano, e non a torto, come oppressori, consigliava di abbandonare quel luogo che poteva nascondere qualche agguato.

Quegli indiani, che poco prima si facevano la cena all’estremità del banco, e che poi si erano affrettati a scomparire, dovevano avere dei motivi gravi per aver eseguita quella rapida ritirata e per non farsi conoscere.

Se avessero avute delle buone intenzioni, sarebbero rimasti, ben sapendo che nulla avevano da temere da un così piccolo numero d’uomini bianchi.

Don Raffaele ed i suoi compagni, dopo d’aver lanciato un ultimo sguardo sotto le gigantesche foglie degli jupati, tornarono ad imbarcarsi, ed afferrati i remi attraversarono il Capanaparo sbarcando sulla sponda opposta, sul margine d’una immensa foresta di cari (astrocaryum), sorta di palme dal fusto spinoso, che dànno delle frutta brune, lucide e grosse come le castagne e che pendono in forma di grappoli lunghi un buon piede.

Sono le foreste più difficili a superarsi, anzi talvolta sono inaccessibili perfino agli indiani ed alle fiere, poichè crescendo quelle piante le une assai vicine alle altre, formano una vera selva di spine acutissime e pericolosissime.

Il sole era già scomparso dietro i grandi alberi e colle prime tenebre che calavano rapide sui due fiumi e sulle boscaglie, gli uccelli e le scimmie cominciavano a tacere. Non si udivano più che le grida scordate ma potenti di qualche banda di scimmie rosse, ma non dovevano tardare a farsi udire gli animali notturni, i formidabili giaguari, i coguari, i lunghi serpenti, ecc.

L’indiano discese pel primo, ascoltò con profonda attenzione, poi legò la scialuppa ed invitò gli uomini bianchi a sbarcare, dicendo laconicamente:

— Nulla.

— Speriamo di passare la nostra prima notte tranquilli, — disse Alonzo.