— Tranquilli!... — esclamò don Raffaele, crollando il capo. — Comincierà ben presto un tale concerto da rompere i timpani, cugino mio.

— Ci abitueremo, spero.

— Sarà un po’ difficile per te; udrai che baccani indiavolati! To’!... La musica incomincia!...

Un gracidare acuto ruppe improvvisamente il profondo silenzio che regnava sulle sponde del Capanaparo, mescolato a certi fischi acuti che parevano emessi da parecchie centinaia di battelli a vapore.

— Cosa sono? — chiese Alonzo stupito.

Parraneca che cominciano i loro concerti, — disse don Raffaele, ridendo.

— Dei rospi forse?

— No, sono rane nere, ma che hanno le gambe posteriori così lunghe, che loro permettono di spiccare tali salti da entrare nelle case passando per le finestre. Quelli che fischiano sono invece rospi, i così detti sapo de minas, assai grossi, colla pelle chiazzata di giallo e di nero, colle appendici cornute e larghi come un cappello. Sono orribili a vedersi. Ascolta, cugino, ascolta!...

Un concerto formidabile teneva dietro a quei primi fischi ed a quei primi gracidii. Si udivano dei muggiti, poi degli stridori che parevano emessi da migliaia di puleggie scorrenti, poi abbaiamenti che parevano prodotti da bande di cani furibondi, dei gorgoglii strani come se centinaia di persone si gargarizzassero per guarirsi dal male di gola, quindi un martellare sonoro come se diecimila calafati battessero le costole d’una flotta intera.

— Chi sono che producono questo baccano? — chiese Alonzo.