—Quello lì—egli diceva—in mezzo alle sue disgrazie può considerarsi un uomo fortunato. E non dovrebbe aver parole bastanti per ringraziar la munificenza del Milord, che lo ha lasciato stare in una botte di ferro... una botte di ferro.

—Pover’uomo!—esclamavano in coro la matrigna e la figliastra.—Pensare che una volta era lui il padrone!

—È la ruota della fortuna—ripigliava il grave signor Ambrogio.—Un tempo c’era l’aristocrazia veneziana, adesso c’è l’aristocrazia inglese.

E nel dir così si stropicciava le mani come se a quest’aristocrazia inglese appartenesse anche lui.

Il custode e la sua famiglia, ch’eran buona pasta di gente, usavano molti riguardi al conte Leonardo, e le donne gli tenevano pulite le camere senza curarsi di domandargli il compenso di poche lire al mese ch’egli aveva loro promesso e che non pagava mai. Per quello che si riferisce alle sue condizioni domestiche, alla sua separazione dalla moglie e dalla figliuola, non sapevano che giudizio fare. A sentirlo, poichè di tratto in tratto egli si fermava a chiacchierare col signor Ambrogio, tutti i torti eran della moglie e specialmente dei parenti della moglie, i quali gli avevano teso un tranello per costringerlo al matrimonio, quando i Bollati erano ancora tra i primi signori di Venezia. Poi, sopraggiunti i rovesci, quei birbanti s’eran dimenticati dei pranzi, delle cene, dei regali avuti, e non avevan voluto aiutarlo in nessuna maniera. Basta dire che il suo degnissimo signor cognato, ch’era adesso tra quelli che tenevano il mestolo, invece di procurargli un impiego onorifico, gli aveva suggerito di arruolarsi come soldato semplice! Soldato semplice, lui, un Bollati! Dopo che i suoi vecchi eran stati generali, ammiragli, dogi!

Il signor Ambrogio non pareva alieno dal credere alla perversità e all’ingratitudine dei Rialdi; ma le donne rimanevano perplesse. Nonostante la compassione che destava in loro questa Eccellenza così pitocca, esse non potevano dissimularsi che il conte Bollati era un vizioso, un buono a nulla, uno di quegli uomini che sembran fatti apposta per finir sulla paglia, e che hanno un gran torto di attribuire agli altri le proprie sventure. Inoltre era impossibile che la moglie del conte Leonardo fosse cattiva; bastava vederla per persuadersi del contrario. E al palazzo la si vedeva spessissimo. Ella veniva a chieder notizie di suo marito, a raccomandarlo, a lasciar qualche cosa per lui, un po’ di biancheria, una flanella, dei limoni, degli aranci, tanto più preziosi quanto più era difficile l’averne durante l’assedio. Se le dicevano ch’egli era in casa, ella guardava istintivamente verso la scala come se fosse tentata di salire; ma resisteva alla tentazione e calando il velo sugli occhi e rattenendo le lagrime si allontanava a passi rapidi. Dopo la scena violenta che egli le aveva fatta in occasione di quel famoso impiego chiesto e non ottenuto, ella non aveva più coraggio di presentarglisi dinanzi. Del resto, per lo più, nell’ore in cui Fortunata poteva recarsi al palazzo, Leonardo non c’era.

Le cose tirarono avanti in questo modo per mesi e mesi; solo quando Gasparo fece alla sorella la proposta che sappiamo, ella deliberò di avere un ultimo colloquio col marito; s’egli trovava una parola d’affetto, se dava un segno di rammarico all’idea di separarsi per sempre dalla sua famiglia, no, no, checchè dicesse Gasparo, ella non sarebbe partita.

Ma le vicende dell’assedio impedirono il colloquio desiderato.

La sera di domenica 29 luglio le batterie austriache avevano sospeso il fuoco; gli artiglieri del Piazzale e di San Secondo, a cui non pareva vero di risparmiar le munizioni, ne avevano imitato l’esempio. A un tratto, poco prima di mezzanotte, spettacolo bello e terribile, il cielo è solcato da infinite striscie luminose, un fragore spaventoso risveglia la città addormentata. Che è, che non è? I projettili nemici che fino allora erano stati rivolti contro i forti o avevano colpito tutt’al più l’estremo lembo di Cannaregio, ora giungevano d’improvviso nel cuore di Venezia. Si sentiva il fischio delle bombe, lo strepito delle granate che scoppiavano, lo schianto dei fumaiuoli, delle cornici, dei tetti, che cadevano a pezzi. A poco a poco, dalle case rovinate o minaccianti rovina, uscivano intere famiglie, vecchi languenti, donne discinte, bambini aggrappati ai collo delle madri, uomini ancor vigorosi e pronti a combattere, ma smarriti al cospetto d’un pericolo che veniva a insidiarli persino nelle pareti domestiche. Uscivano portando seco le masserizie più necessarie, avviandosi ai quartieri più lontani dai bombardatori, a San Marco, a Castello. In breve la piazza fu gremita di gente. Chi stendendo il materasso sul nudo terreno vi si adagiava coi suoi cari a dormire, chi sedeva muto sopra uno sporto di colonna della Basilica o su uno dei gradini delle Procuratie nuove, chi cercava asilo nei Caffè, chi girava inquieto su e giù in traccia di parenti e d’amici. Dalla folla saliva un mormorìo confuso di gemiti, di preghiere, d’imprecazioni; in alto, sopra le mille e mille teste, i colombi di San Marco, turbati nei loro riposi dall’insolito frastuono e cacciati fuori dai nidi da un folle spavento, volavano a stormi di qua, di là, senza mai chetarsi e sbattendo l’ali con un fragore sinistro.

Una calca poco minore c’era sul Molo, ove accorrevano anche i semplici curiosi per veder meglio la parabola delle bombe.