I ne fa i foghi d’artifizio, sti fioi de cani—diceva un barcaiuolo apparecchiando tranquillamente la sua gondola e offrendosi di condur in laguna quelli che volessero goder più davvicino del meraviglioso spettacolo.

Un altro, a ogni colpo, mandava agli assediati un augurio breve ed espressivo: Andè in malora!

Ve le faremo inghiotir tute le vostre bombe—esclamava un popolano stringendo i pugni in aria di sfida.

Nessuno apriva la bocca per parlare di capitolazione.

Il bombardamento continuò con pari vigore nel giorno dopo, ma intanto la carità pubblica e privata aveva provveduto all’alloggio di quelli ch’eran rimasti senza tetto. Però, chi pensi che due terzi della città erano quasi inabitabili, si farà presto un’idea del modo in cui questi profughi infelici potevano essere accomodati nell’altro terzo. Le stanze non bastavano più; bisognava pigiar la gente nelle soffitte arse dal sole, nei pianterreni corrosi dalla salsedine, nei sottoscala infetti, nelle stive puzzolente dei barconi ancorati in laguna. Qual meraviglia se in mezzo a quella moltitudine ammucchiata in sì breve spazio, affranta già dagli stenti passati e ora sfinita più che mai dalla nutrizione insufficiente e mal sana, prima serpeggiava insidioso, poi scoppiava tremendo il colèra?

Il palazzo Bollati, e la casa Rialdi sorgevano in due punti abbastanza distanti fra loro: tuttavia erano entrambi in quella parte di Venezia ove arrivavano le bombe; Anzi, nel palazzo, un proiettile era caduto fin dalla mattina del 30, mezz’ora dopo che il signor Ambrogio aveva issato sul tetto il vessillo britannico dicendo solennemente alla moglie:

—Noi siamo in una botte di ferro... una botte di ferro. La bandiera devono vederla sicuro, e allora da questa parte non tirano più.... Vorrei poi sapere perchè quell’imbecille del conte Bollati non sia ancora tornato a casa.

Il conte Bollati non era tornato a casa e non aveva nessuna intenzione di ritornarci. Quando principiò il bombardamento egli era in una bettola a pochi passi dalla quale scoppiò una granata. Uscitone in fretta, trovò la strada piena di gente che fuggiva dal sestiere di Cannaregio, quello appunto dov’era il palazzo già appartenente alla sua famiglia. Con l’esagerazione propria degli spaventati, quei fuggiaschi dicevano che a Cannaregio le bombe venivan giù come una gragnuola, che due persone eran morte, che la chiesa di S. Geremia era in fiamme, che una gondola era stata squarciata e sommersa. Leonardo non se lo fece ripetere due volte e prese la rincorsa fino a Castello, ove andò a rifugiarsi in una osteriaccia da lui frequentata in altri tempi.

Anche i Rialdi avevano dovuto lasciare la loro abitazione ed erano stati accolti presso un amico di Gasparo, in parrocchia di San Marco. Il primo pensiero di Fortunata, appena vide in salvo i suoi genitori e la sua Margherita (di sè non si curava affatto, la poverina), fu quello di Leonardo. Ma dove trovarlo? Come arrischiarsi ad andar fino al palazzo Bollati, ove forse, se c’erano ancora i custodi, se ne avrebbe saputo qualcosa? A badare alla gente quella era la parte della città più bersagliata; non ci mettevano piede che le pattuglie della guardia civica; i pochi abitanti rimasti stavano tappati nei magazzini ove si credevano più sicuri e da cui non uscivano che per le indispensabili provvigioni.

—Eh, viscere mie, c’è altro da fare che andar in cerca di tuo marito—borbottava la contessa Zanze alla figliuola, la quale chiedeva a lei consiglio ed aiuto.—Per poco che la duri così, siamo tutti spacciati e non ci resta che da raccomandare l’anima al Signore.