La contessa Zanze non aveva torto. Le condizioni di Venezia s’aggravavano terribilmente ogni giorno. Non ostante gli sforzi eroici del nostro piccolo naviglio, la flotta austriaca era riuscita a impedir tutti gli accessi del porto; dal lato di terra, non c’è bisogno di dirlo, non poteva entrare nè un sacco di grano, nè un capo di bestiame. S’era ridotti a cibarsi di pan nero, di frutte e d’erbaggi forniti dalle nostre isole, del pesce che si pescava nei nostri canali e nella nostra laguna. Chi riusciva a imbandire un pezzo di carne d’un quadrupede purchessia, doveva ringraziare la Provvidenza come d’un segnalato favore. La fame, gli stenti, l’agglomeramento della popolazione preparavano una messe abbondante al colèra. E il colèra falciava le vittime a centinaia, senza distinzione di classe, di sesso, d’età; ricchi e poveri, giovani e vecchi, donne e bambini. Non bastavano al bisogno gli ospedali, benchè se ne aprissero sempre di nuovi, non bastavano i medici, benchè pieni d’abnegazione; mancava il ghiaccio, mancava il chinino pei malati, mancavano i preti pei moribondi, i seppellitori pei morti.

Eppure, in generale, le privazioni erano sopportate virilmente, e si trovava perfino il tempo di ridere e di scherzare. Nella famiglia ove erano ospitati i Rialdi c’era una vecchia nonna piena d’energia che dava coraggio ai giovani e non voleva sentir piagnistei. Linda, pulita, con una cuffietta bianca da’ cui orli spuntavano due ciocche di capelli d’argento, asciutta dalla persona e non curva ancora dagli anni, con un par d’occhi scuri, vivi, lucenti, la signora Teresa era sempre circondata da uno stuolo di bimbi come una chioccia dai suoi pulcini. La chiamavano nonna tutti quanti, i suoi nipoti come gli estranei, ed ella raccontava loro tante belle storielle, insegnava loro tanti bei giuochi. Qualche volta una nube velava la sua fronte serena; allora, rivolgendosi ai maschi, ella diceva con voce sommessa:

—Quando sarete grandi toccherà a voi a prendere il fucile contro i Tedeschi.

—Sì, sì—gridavan quelli con entusiasmo.

—Lo farete il vostro dovere?

—Sì, sì, nonna.

—Bravi!—E la nonna soggiungeva con un filo d’ironia:—Fin che venga quel tempo torniamo a giocar a mosca cieca.

La signora Teresa aveva una gran simpatia per Gasparo Rialdi e per Margherita; per Fortunata provava una sincera commiserazione, ma non poteva intendersi nè con lei, nè col conte Luca o con la contessa Zanze; erano caratteri troppo dissimili dal suo. La impazientiva specialmente il conte Luca, il quale passava delle ore tenendosi una boccettina d’aceto e un pezzo di canfora al naso, e lamentandosi:

—L’hanno voluta fare la rivoluzione! Ecco che cosa ci hanno guadagnato. L’avevo sempre previsto io.... Mettersi a cozzare con l’Austria!... era uno scacco matto sicuro.... Mi spiego?

—Eh, caro signore—rimbeccava la vecchierella—se tutti fossero come lei, il regno dei prepotenti durerebbe sino alla consumazione dei secoli.