E con queste parole la donna chiuse bruscamente il portone.
La signora Teresa, che aveva taciuto fino allora, toccò leggermente la spalla della sua compagna.
—Andiamo... Quello che si poteva sapere lo ha saputo.
—Oh sì—disse Fortunata—e mi par d’esser sollevata d’un gran peso.... È vivo!... Ma dov’è? Dov’è?... È necessario ch’io lo veda.
—A questo si penserà poi.... Andiamo.
Lungo il cammino, Fortunata cercava ogni tanto la mano della signora Teresa e la stringeva con un moto convulso come a ringraziarla d’esser venuta con lei. Avrebbe voluto attaccar discorso, rimetter sul tappeto la gran questione della sua partenza con Gasparo, questione ch’era sempre insoluta nella sua mente, ma la signora Teresa pareva assorta in gravi pensieri.
Il cannone tuonava.
—Non finirà più!—mormorò a mezza voce Fortunata come parlando tra sè.
—Oh finirà... pur troppo che finirà—disse la signora Teresa tentennando tristamente il capo.
Giunsero in piazza San Marco. C’era una calca di gente; la guardia civica era schierata sotto il palazzo del Governo, e Daniele Manin, affacciato al poggiuolo, le indirizzava per l’ultima volta la parola.