La voce onesta e leale, che per diciassette mesi aveva mantenuto acceso nei Veneziani il sacro fuoco del patriottismo, che aveva guidato, frenato, corretto i mobili istinti del popolo, ora scendeva commossa in una folla commossa; era un patetico addio, era un gagliardo eccitamento a sperare nell’avvenire, era un caloroso appello a quelle virtù con cui le nazioni riescono a domar la fortuna.

Dal punto della piazza ove si trovavano le due donne, non era possibile seguire il filo del discorso, ma se ne coglievano le frasi pronunciate con accento più vibrato.

«.... Un popolo che ha fatto e patito quanto ha fatto e patito e patisce il nostro popolo non può perire. Dee venir giorno in cui gli splendidi destini siano corrispondenti al merito vostro.... Quando verrà questo giorno?... Noi abbiamo seminato.... Sventure grandi sono forse imminenti.... È pur sempre in poter nostro mantenere intemerato l’onore di questa città.... Checchè avvenisse, dite: Quest’uomo s’è ingannato; ma non dite mai: Quest’uomo ci ha ingannati....»

—Mai, mai—gridavano i militi agitando i berretti sulle baionette.—Mai, mai—ripeteva il popolo unanime.

E tutti piangevano, tutti sentivano che l’ultima ora della libertà era vicina.

Daniele Manin pronunziò ancora qualche parola; poi, sorpreso da un malessere subitaneo, dovette ritirarsi. La folla si disperse.

La signora Teresa era rimasta immobile con gli occhi fissi al suolo; due grosse lagrime, le prime che Fortunata le vedesse spargere, le rigavano le gote. Alla fine si scosse, sospirò due volte:—Povera Venezia! Povera Venezia!—disse alla sua compagna:—Spicciamoci, a casa ci aspetteranno;—e s’avviò.

Fortunata la seguì senza aprir bocca. Forse anche a lei parevano piccoli, dinanzi a questo gran dolore della patria, tutti i dolori privati.


XXVI.