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Il morbo infuria,
Il pan ci manca,
Sul ponte sventola
Bandiera bianca!
Questo grido pietoso d’un gentile poeta e soldato, che sul cader del 20 agosto 1849 contemplava mestamente da uno dei forti della laguna la città avvolta nei rosei vapori del tramonto, dipinge, meglio che non potrebbero le lunghe descrizioni, lo stato di Venezia in quei giorni. Il cannone non tuonava più, si negoziava la resa. E la resa fu sottoscritta il 22; il 27 doveva succeder l’occupazione austriaca.
Cessato il bombardamento, tutti quelli che il fuoco, la fame, il contagio avevano risparmiati, s’affrettarono a tornare alle loro abitazioni, stupiti e forse non lieti di sopravvivere alla patria. Però, se la guerra era finita, se la carestia era scemata, c’era sempre tempo di morir di colèra, chè la malattia non accennava punto a diminuire d’intensità, e anzi il numero delle vittime fu, in quello scorcio d’agosto, maggiore che mai. L’accesa fantasia popolare parlava di migliaia di morti al giorno; non erano tanti, ma passavano i trecento, cifra enorme in una città di poco più che centomila anime.
Naturalmente anche i Rialdi furono tra quelli che rincasarono. Se la paura, come ritengono alcuni, dispone i corpi al contagio, il conte Luca avrebbe dovuto avere il colèra una ventina di volte; invece n’era rimasto illeso e attribuiva la sua salvezza alle infinite precauzioni di cui s’era circondato, e soprattutto a un grande odor di canfora che lo isolava in mezzo alla gente. È vero ch’egli non poteva ancor cantar vittoria. Aveva però ben altre angustie addosso oltre a quella del colèra. Che cosa farebbe di lui il Governo austriaco? Lo lascerebbe al suo posto, lo metterebbe in pensione, lo destituirebbe addirittura? Il Signore Iddio gli era testimonio ch’egli non aveva contribuito per nulla alla Rivoluzione, che non aveva appartenuto all’Assemblea, nè era sceso in piazza San Marco a gridar viva e morte; sicuro che s’era messo anche lui la coccarda tricolore all’occhiello, e s’era presentato al Manin coi suoi colleghi del Tribunale; sfido io; come si poteva esimersi? Ma il grosso guaio era l’esser padre d’un ufficiale che aveva preso le armi contro il suo legittimo Sovrano e che doveva quindi emigrare, l’esser marito d’una donna senza giudizio, che s’era voluta cacciare in una dozzina di comitati, e per diciassette mesi non aveva fatto altro che salir le scale delle case per accattar firme a indirizzi e denari per collette, o bazzicar per le ambulanze a civettare coi feriti (alla sua età! vergogna!) o intervenire a cerimonie chiassose, tutta gale e pennacchi come un cavallo bardato. La contessa Zanze non poteva lodarsi del Governo provvisorio, il quale non aveva apprezzato sufficientemente il suo patriottismo, nè dato a Gasparo il comando di tutte le forze di terra e di mare; anzi ella diceva che un’altra volta si guarderebbe bene dal rifare i sacrifizi che aveva fatto; ma ella non era punto disposta a sopportare in pace i rimproveri di suo marito, e, stuzzicata da lui, rispondeva per le rime. Egli però non era in grado di sostenere una discussione, e alzando le mani al cielo esclamava:
—Per carità, non mi stordite con le vostre chiacchiere, non mi fate inquietare, che c’è ancora il colèra.
—Sì, sì,—rispondeva la moglie.—Se non avessi la spina dei figliuoli che sono in procinto di partire, non mi fareste mica tacer così presto.
Era deciso; Gasparo conduceva con sè la sorella e la nipotina. Fortunata, debole sempre, aveva ceduto alle istanze reiterate di suo fratello; o forse non voleva star più a carico dei suoi genitori, i quali, nell’incertezze dell’avvenire, potevano essere impicciati a provvedere a sè medesimi. La piccina, dal canto suo, avrebbe preferito di rimaner eternamente nella casa ove c’era la nonna Teresa con tanti bimbi, e ove ella, a marcio dispetto del bombardamento e del colèra, aveva passato i giorni più allegri della sua vita. Ma dacchè s’era tornati nella casa vecchia, nella casa squallida e trista, ella ripeteva da mattina a sera che voleva andarsene con lo zio Gasparo, con la mamma e con la nuova Lilì. Notiamo fra parentesi che la nuova Lilì ispirava a Margherita un rispetto superstizioso. Infatti, mentre tutti i suoi giocattoli s’erano rotti, la nuova Lilì, di legno dalla testa alle piante, aveva resistito agli urti, alle percosse, ai cambiamenti di domicilio, aveva persino ruzzolato un giorno la scala senz’altra conseguenza che una lieve avaria nei capelli e nel vestito.
Nel piegarsi, dopo molte lagrime e molti contrasti, alle sollecitazioni di Gasparo, Fortunata aveva messo la condizione d’andar un’ultima volta in cerca di Leonardo che non era stato ancora possibile di rintracciare, e di condurgli Margherita, s’egli mostrava il desiderio di vederla.
—E se,—aveva soggiunto la povera Fortunata,—s’egli fosse diventato un altr’uomo, se avesse messo giudizio, se volesse esser davvero un buon marito e un buon padre.... intendi bene che non potrei lasciarlo.
—Se uno solo de’ tuoi se si verificasse,—rispose Gasparo sapendo di rischiar poco,—sarei il primo a dirti: Rimani a Venezia.