—Non lo conoscete? Quel signore alto, coi baffi biondi, che abita qui all’ultimo piano.

—Non lo conosco.... Ma badi.... ho sentito dire dal medico che anche su in alto c’è qualcheduno col colèra.

—Vergine santa!—gridò la giovine mettendosi la mano al cuore.

—Padroncina, per amor di Dio, andiamo a casa,—ripetè angosciosamente la serva.

Ma Fortunata si svincolò a forza dalla paurosa compagna che la teneva per un lembo del vestito e le disse:

—Va a casa tu sola, va subito anzi.... io devo salire.

E senza soggiunger altro attraversò rapidamente il cortile e l’entratura, e infilò lo scalone.

Il conte Leonardo era tornato alla sua soffitta fin dal giorno innanzi, e i primi sintomi del morbo l’avevan colpito nel cuor della notte. Disceso giù nell’androne all’alba per chieder soccorso, aveva per caso trovato il dottore che veniva a curar la moglie del custode. E il dottore, dopo avergli inutilmente suggerito di farsi trasportar all’ospedale piuttosto di rimaner così solo nel suo covile, gli aveva consegnato una boccettina con una mistura di canfora e laudano da prendersi in più volte, promettendogli di tornar fra un’ora e di condur seco un infermiere. Trascinatosi di nuovo su de’ suoi cento e quindici scalini, il conte s’era coricato aspettando. Ma non s’eran più visti nè infermiere, nè medico. Chi poteva risponder di sè e degli altri in quei giorni? Intanto il male cresceva di violenza e il pover’uomo che aveva trangugiato in un colpo tutta la mistura e aveva bevuto una mezza bottiglia di rhum, si contorceva urlando sul letto. E lo lasciavano morir come un cane! Pensò a Fortunata; s’era viva, se lo sapeva in quello stato, sarebbe venuta ad assisterlo.... Ma per mezzo di chi mandarla a cercare!... Egli non poteva più scendere, non si reggeva più sulle gambe. Era in queste smanie quando Fortunata entrò nella camera. La prima impressione di Leonardo fu un’impressione di spavento. Era proprio sua moglie in carne ed ossa, o era uno spettro? Egli non la vedeva da alcuni mesi e gli parve invecchiata di diec’anni, gracile e sottile come un giunco, bianca e diafana come l’alabastro. Alla fine si persuase ch’era lei e si calmò alquanto. Sì, aveva fatto bene a venire, ma adesso premeva avere il medico; corresse subito subito a chiamarne uno, e poi, subito subito, tornasse. E Fortunata rifece le scale e volò in due o tre farmacie lasciando dappertutto l’ordine di mandar in palazzo Bollati il primo medico che capitasse. Quand’ella tornò presso l’infermo, alcuni fenomeni della fatale malattia si erano alleviati; minori i granchi allo stomaco, minore il vomito; ma erano sopraggiunti altri sintomi gravissimi: la pelle sparsa d’un sudor freddo e viscido, la tinta terrea, gli occhi infossati nell’orbita, il respiro affannoso, la voce rauca e sepolcrale. Mentre il conte Leonardo si trovava in una specie di sopore letargico, Fortunata sentì un suono di passi nella stanza attigua, e credendo che fosse il medico uscì a incontrarlo.

Ma non era il medico, era Gasparo, il quale, saputo confusamente a casa sua che la sorella era rimasta in palazzo Bollati, veniva in traccia di lei.

—Tu, Gasparo?