—Taci in questo momento.... Posson succedere tante cose prima di domattina!

Gasparo la guardò inquieto. C’era un’intonazione così triste nella sua voce, c’era una tale aria di stanchezza nella sua persona!

—Fortunata, cos’hai?

—Io?... Nulla.... Per amor del cielo non perder tempo.... Va, va.... Oh smemorata ch’io sono, prima d’uscir dal palazzo, batti all’uscio dell’abitazione del custode, al pian terreno.... c’è un caso di colèra anche lì.... forse ci sarà un medico.... va, Gasparo....

Egli discese in fretta. Dal custode gli dissero con un gesto espressivo che il medico non aveva più ragione di venire. Invece, giunto in istrada, la sua buona stella gli mise subito tra i piedi un dottore di sua conoscenza; se ne impadronì (è il vocabolo giusto) e se lo tirò dietro in palazzo.

Leonardo peggiorava rapidamente; spenta la voce, impercettibili i polsi, esauste le forze; pur non aveva ancora perduto conoscenza, e vedendo insieme col medico entrare il cognato guardò Fortunata con un’espressione indefinibile di sgomento. Ella lo rassicurò con un’occhiata, e Gasparo, impietosito al miserando spettacolo, gli fece un saluto amichevole e gli rivolse le parole incoraggianti che sogliono rivolgersi ai malati.

Al dottore, ch’era un brav’uomo e aveva curato i colerosi a centinaia, non occorse più di un minuto per giudicare che Leonardo era bell’e spacciato; nondimeno volle provare i mezzi che gli suggeriva la sua esperienza. Visto che non ne cavava alcun frutto, chiamò da parte Gasparo e gli susurrò all’orecchio:

—Non c’è alcuna speranza.... Procuri di condur via sua sorella.... Mi par molto debole, e il colèra si attacca facilmente, soprattutto alle persone deboli.

Ma Fortunata, come se avesse indovinato il pensiero del medico, fece un energico segno negativo col capo e passando un braccio sotto il collo del moribondo parve voler dire: «Non mi strapperete di qui che a forza.»

Gasparo le si avvicinò con dolcezza.