Oh il nonno era tanto tanto quieto. Egli non sentì nè l’appello della nipote, nè il grido della nuora, nè l’irrompere tumultuoso della gente accorsa in aiuto, nè le preghiere del sacerdote venuto a rendergli gli ultimi uffici. Il nonno era morto, morto meglio di quel che non fosse vissuto, morto al suono d’una voce carezzevole che gli blandiva l’orecchio, morto col sorriso sul labbro, sognando le ricchezze, la fortuna, gli onori.
Il testamento trovato in un cassetto della scrivania provò le felici disposizioni d’animo del defunto. Egli legava somme considerevoli a un’infinità d’Istituti di beneficenza, e nuove Opere pie voleva fossero fondate col suo nome. Ma largheggiava specialmente in favore di Fortunata e di Margherita. Alla prima egli assegnava ottomila zecchini da prelevarsi sul prodotto della miniera aurifera del Friuli; alla seconda destinava duecentomila lire venete sul credito Steno; a tutt’e due poi distribuiva perle, diamanti e altri oggetti preziosi che non esistevano più. Alla figlia maritata Geisenburg lasciava il compimento della legittima e un fornimento di pizzi venduti da due anni; del conte Leonardo diceva che la sua condotta dissipata avrebbe autorizzato il padre a diseredarlo; nondimeno, nella speranza ch’egli si ravvedesse, lo nominava erede universale, con l’ordine espresso di spingere alacremente i lavori della miniera e gli atti della causa. Dopo parecchi legati di minor conto, c’erano istruzioni precise sui funerali che dovevano essere splendidissimi, e sui due monumenti che Sua Eccellenza Zaccaria voleva eretti a sè e alla N. D. Chiaretta sua moglie.
XX.
Un cambiamento notevole era successo nella situazione rispettiva dei coniugi Rialdi: la moglie non era più così autoritaria, il marito non era più così docile come una volta. Col suo arrabattarsi continuo, co’ suoi intrighi orditi di lunga mano, con la sua pretensione di ristorar le fortune della famiglia, la contessa Zanze non era riuscita che al colossale sproposito di maritar la figliuola a un uomo vizioso e rovinato; senza impicciarsi in nulla, senza far altro che passar quattr’ore al giorno all’Uffizio e il resto della giornata a giocare a scacchi al Caffè della Vittoria, il conte Luca, gradino per gradino, era giunto a ottenere il posto di consigliere di appello, ch’è quanto dire a essere una persona d’importanza, che nelle feste solenni indossava la sua brava uniforme, s’allacciava a fianco uno spadino incapace di far male a nessuno, si metteva in testa un cappello a due punte, e percorrendo le strade pedibus calcantibus attirava sul suo passaggio le esclamazioni ammirative dei monelli. Aggiungansi a queste compiacenze morali quella d’avere uno stipendio che, in quei tempi di prezzi bassi, permetteva di mantenersi assai decorosamente. Onde non c’era più bisogno di pranzar fuori di casa due volte alla settimana, e s’era potuto sostituire con un servo effettivo e reale il cameriere che la contessa Zanze soleva prendere a nolo pe’ suoi martedì. A fronte di questi benefizi il conte Luca pretendeva dalla consorte un rispetto maggiore e aveva anzi dichiarato in modo assoluto di non voler più lasciarsi chiamare coi titoli di pampano, babbeo e altri simili. La consorte ubbidiva fremendo. A lei pareva d’aver attività, energia, intelligenza da vendere al conte marito, ma l’era forza riconoscere che la sorte non l’era stata propizia e aveva invece favorito lui, quell’imbecille, che non s’era neanche mosso per meritarsene i favori. Delle giustificazioni a sè stessa ella ne trovava in quantità; è naturale, se ne trovano sempre. Ella diceva che quel precipizio dei Bollati era giunto inaspettato a tutti, e che non si poteva prevedere che Leonardo non avesse nè un briciolo di cervello, nè un briciolo di cuore. Del resto, almeno per la parte economica, se l’avessero aiutata, le cose sarebbero andate diversamente. E di tanto in tanto, nell’intimità coniugale, la contessa Zanze si lasciava scappar la vecchia frase:—Se foste entrato nell’amministrazione! Quel sior Bortolo nuota nell’abbondanza.
Il conte Luca montava su tutte le furie e non aveva torto.—Cosa mi venite a parlare di sior Bortolo? Volevate ch’io facessi la parte di quel furfante?
Ma la contessa protestava contro questo modo d’interpretar le sue parole e ripeteva quello che aveva già detto centinaia di volte negli anni passati.—Se foste entrato nell’amministrazione sareste diventato un signore voi e avreste salvato dalla rovina i vostri parenti.
—Corpo di bacco! E vi par nulla che io sia invece consigliere d’appello?
Comunque sia, questi erano discorsi inutili, e c’era ben altro da fare che andar ruminando il passato. Ormai appariva chiaro come la luce del sole che fra poco i Bollati sarebbero rimasti in camicia e che Fortunata sarebbe tornata a carico dei genitori o del fratello.
Che se c’era ancora qualche illusione possibile finchè viveva il conte Zaccaria, alla morte repentina di lui anche questa illusione doveva dissiparsi. Il conte Zaccaria non era popolare com’era stato ai suoi tempi il vecchio conte Leonardo; ma non era neppure un uomo mal veduto in paese, aveva forme cortesi, alla buona, e le ingenue allucinazioni a cui egli era in preda negli ultimi anni avevano piuttosto cresciuto che scemato le simpatie intorno a lui.