Ora gli strozzini non hanno l’animo troppo aperto alla simpatia, ma se possono far di meno d’inasprir l’opinione pubblica lo fanno, e non isdegnano di usar qualche temperamento verso i debitori più forniti di aderenze e di relazioni. Mettere sulla strada un patrizio di quell’età, con quel nome! Era da far gridar mezza Venezia. Col figliuolo era un altro par di maniche. Prima di tutto si trattava d’un giovane; e poi quello lì aveva l’opinione pubblica contro di sè. Anzi può dirsi che l’accanimento con cui l’attaccavano era persino eccessivo; pareva che non ci fossero altri farabutti al mondo. Come talora, per quel bisogno che ha la gente di crearsi dei simboli, un uomo diventa la personificazione d’ogni virtù, così un altro diventa la personificazione d’ogni vizio. Il senso morale, che va soggetto a tante distrazioni, si sveglia a un tratto per protestare contro questo mostro di turpitudine; gli onesti e gli ipocriti si scagliano addosso a lui;... ciò che permette loro di esser più indulgenti con quelli che gli somigliano e anche con sè stessi.

Avete visto mai, verso la chiusa d’un ballo o d’una pantomima spettacolosa, la reggia del tiranno, il castello dell’oppressore, la prigione della vittima cader giù a pezzi, finchè, a un dato segnale, succede l’ultimo scroscio e la luce elettrica accesa in buon punto scende dall’alto a rischiarar le rovine? Questo è quello che accadde, lasciando stare la luce elettrica, del maestoso edifizio Bollati. Il segno dello scroscio finale fu dato dalla morte del conte Zaccaria. Allora non ci furono più riguardi, e gli avvocati ricevettero dai loro clienti l’ordine di proceder negli atti a passo di carica senza lasciarsi smuovere da sollecitazioni o da preghiere di nessuna specie. Terribile fra tutti i creditori era il marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen piombato dalla Moravia a far valere le ragioni della consorte, che per la malferma salute non aveva potuto accingersi al viaggio. Il marchese Ernesto, al quale una cura dietetica aveva fatto perdere alquanto della sua corpulenza, s’era risolto a riprendere il servizio militare e veniva di guarnigione in Venezia per invigilar coi propri occhi la liquidazione dell’eredità del suocero. Nè voleva sentir a dire che l’eredità era bell’e liquidata non essendovi un centesimo per nessuno; egli protestava pestando la sciabola che a lui Potz tausend! non la davano ad intendere, e che avrebbe saputo, occorrendo, tagliare il naso al cognato, a Herr Bortolo e a tutti gli Italiani, verfluchte Italiener! E al cognato e a Herr Bortolo non risparmiava gli improperi e le minaccie dirette, tantochè l’uno e l’altro mettevano il loro studio a non farsi mai trovare in casa e più di una volta era toccato a Fortunata l’onore di ricevere le sue visite amabili.

In queste difficili contingenze l’ottimo sior Bortolo pensò ch’era venuto il momento di levarsi d’impiccio. E perchè la sua ritirata non somigliasse a una fuga, egli ricorse al comodo espediente di cader malato. L’asma di cui egli soffriva da parecchi anni si aggravò d’improvviso, un medico premuroso dichiarò che gli era indispensabile un soggiorno di alcuni mesi in campagna, e il signor Bortolo Segugi, col cuore straziato, dovette prendere congedo dai suoi nobili padroni. Nell’epistola, modello di stile affettuoso e patetico, da lui diretta in quest’occasione al conte Leonardo, egli si permetteva anche di dar quei consigli che gli erano inspirati dalla molta esperienza e dal grande amore per la illustre famiglia. Condurre una vita regolata, ridur le spese ai minimi termini, vendere quello che era ancora vendibile, eccetera, eccetera. Se il Signore Iddio voleva ch’egli, sior Bortolo, si ristabilisse in salute, e se non gli veniva meno la fiducia dell’illustrissimo conte Leonardo, sperava di ripigliare ancora in mano le redini dell’amministrazione; se poi doveva soccombere, egli si sarebbe presentato al suo Giudice con la coscienza netta e col convincimento di aver sempre servito fedelmente i suoi benefattori. In un poscritto alla bellissima lettera sior Bortolo suggeriva di valersi dell’opera dell’avvocato Timoteo Sgriccioli, a cui egli aveva chiesto da ultimo qualche consulto legale e ch’era l’uomo fatto apposta per trovare il bandolo di una matassa arruffata.

—Buffone! Ladro! Brigante! Gesuita!—urlò il conte Leonardo quand’ebbe letta e decifrata la lettera.—S’è ingrassato col nostro sangue e adesso va a far la digestione in campagna.... Andasse almeno alla malora quel brutto figuro asmatico.... Se mi torna tra i piedi sta fresco.... Non son chi sono se non lo piglio a calci nel sedere.... E anche dei consigli mi dà quel furfante ch’è stato la prima causa di tutti i nostri guai.... Dei consigli, lui, al conte Leonardo Bollati!

Nonostante questa filippica, prima che passassero ventiquattr’ore, il conte Leonardo aveva già adottato uno dei suggerimenti del suo degnissimo agente e si era messo nelle mani dell’avvocato Sgriccioli, patrocinatore ordinario dei debitori morosi o falliti, a benefizio dei quali egli aveva anche conformato il suo studio pieno di bugigattoli, di nascondigli e di usci segreti. L’avvocato Sgriccioli mostrò di prender molto a cuore la faccenda, ma non potè tacere che s’era indugiato troppo a ricorrere a lui e che la condizione delle cose era grave, assai grave, gravissima. Infatti i suoi sforzi non valsero a ritardar la catastrofe; il tribunale (ed era ancora il meno peggio che potesse succedere) aprì il concorso sui beni mobili ed immobili del signor conte Leonardo Bollati P. V., e sino a liquidazione giudiziale finita assegnò all’ultimo rampollo di tanti uomini illustri poche lire al giorno pel suo mantenimento. Il palazzo, mandato all’asta per conto della massa creditrice, fu aggiudicato al maggior offerente, lord Herbert Seaweed, che era l’inquilino del primo piano. E il nobile lord concedette ai Bollati quindici giorni per lo sgombero dell’appartamento da essi occupato, lasciando però generosamente a loro disposizione tre camere a tetto, che se non eran proprio soffitte, di poco ne differivano.

La vanità del baronetto era lusingata dall’idea di dar ricovero a un patrizio che aveva avuto due dogi fra i suoi antenati. Leonardo dal canto suo accettò con lieto animo l’offerta, e perchè gli ripugnava di andar in cerca di un altro alloggio, e fors’anche perchè seguitando ad abitare nel suo palazzo, gli pareva d’esserne sempre lui il padrone. Aggiungasi che in tal maniera egli sperava di sbarazzarsi della moglie e della figliuola. Possibile che Fortunata non si risolvesse a tornare in famiglia e a portarsi seco quell’impiccio della bimba! Già il conte Luca e la contessa Zanze avevano dichiarato di esser pronti a ricever lei e la nipote.

Messa alle strette, Fortunata, cui non bastava l’animo di veder patire la sua piccina, mandò Margherita dai nonni (andando poi a mangiarsela di baci due o tre volte al giorno), e in quanto a sè, dichiarò che non voleva dividersi da suo marito e che avrebbe affrontato volentieri il freddo e la fame piuttosto che abbandonarlo alle prese con la miseria. Ma se c’era uomo inetto a capir questi sentimenti era Leonardo Bollati, il quale non vide in tutto ciò che uno sciocco puntiglio e pensò di far pagar cara alla moglie la matta ostinazione di stargli appiccicata ai fianchi. E se prima rimaneva fuori di casa mezza giornata, adesso ci rimaneva la giornata intiera, e faceva tutti i suoi pasti all’osteria, non rientrando che nel cuor della notte con gli occhi lustri, con la lingua grossa e con le gambe barcollanti. Allora si cacciava in letto e dormiva fino al tocco per ripigliar poi la solita vita. A Fortunata non dava un centesimo; quello che gli passava il tribunale non era neppur sufficiente per lui; andasse da suo padre, il consigliere d’appello, che s’era abbastanza riempiuto l’epa alla tavola dei parenti quand’eran ricchi da poter oggi restituire un desinare a una Bollati, che, per giunta, era sua figlia. Che s’ella non voleva andarci, s’ingegnasse come poteva.

Fortunata s’ingegnava vendendo o impegnando qualcheduno degli oggetti ch’erano avanzati dal gran naufragio e ch’erano stati buttati alla rinfusa in una delle tre stanze lasciate per carità dai nuovi agli antichi padroni. Del resto, per lo più, desinava effettivamente presso i genitori.

Ormai tutti le ripetevano che, poichè Leonardo non aveva cuore nè per lei, nè per la bambina, e ricevendo, checchè ne dicesse, un sussidio bastante per far vivere la famiglia, non voleva pensar che a’ suoi vizi, ella poteva piantarlo senza rimorsi.

Ella però era irremovibile. Pur troppo con la sua presenza ella non impediva nulla, non riusciva a fargli lasciar nè un cattivo amico, nè una cattiva abitudine; ma chissà? mancando lei, sarebbe stato ancora peggio. Egli non avrebbe passato in casa nemmeno le poche ore che ci passava; non avrebbe preso, prima d’uscire, nemmeno una tazza di caffè. E chi avrebbe vigilato perchè la sua camera fosse in ordine, perchè i suoi vestiti fossero spolverati, e chi l’avrebbe assistito se una notte non si sentiva bene!