—Oh! L’età....

—Sì; e con l’allegrie che ci sono in casa.... Con la figlia e la nipote da mantenere!... Che se, Dio scampi e liberi, io perdessi l’impiego, sarebbero quei signori del Comitato che vi darebbero da pranzo! Pregate piuttosto a mani giunte il Signore che non ci faccia capitar qualche brutta notizia da Gasparo che sarà un brav’uomo, non dico, ma è un cervello esaltato.... e se riescono a coglierlo in fallo....

—Voi non sapete preveder che disgrazie.

—E voi avete una benda agli occhi.... Se il Comitato dice che mio figlio è un eccellente patriotta, è segno che ne hanno le prove. Mi spiego?

—Sicuro che le avranno. O che lo credete un austriacante del vostro stampo?

—Zitto, disgraziata... Dovreste gridarlo dalla finestra queste cose! Non vi ricordate dei Bandiera?

—Altri tempi, altri tempi. Adesso quelli che sono al Governo si sentono mancar la terra sotto i piedi e devono far i conti col popolo.

—Ma che popolo? Vorrei vederli, alla prima cannonata, questi strilloni, questi ragazzacci che, in omaggio alla libertà, fischiano un galantuomo che si permetta d’aver un sigaro in bocca. Bella libertà! Non parlo per me che non fumo.... Ma io vi dico che mi par d’essere in un manicomio e che questo baccano va a finire in tragedia.... oh se va a finire!... Mi spiego?

E invero le Autorità, vinte le prime titubanze, accennavano a voler far sul serio anche a Venezia. Sin dal 18 gennaio la Polizia aveva tratti in arresto il Manin e il Tommaseo come quelli che capitanavano la cosidetta agitazione legale; il 22 febbraio fu promulgato il giudizio statario, del quale il marchese Geisenburg aveva dato al conte Rialdi l’annunzio alquanto precoce. Tuttavia gli animi non si quetavano e gli avvenimenti parevano fatti apposta per rincorare i timidi, per imbaldanzire gli audaci. La proclamazione della Repubblica in Francia, come tutto ciò che succede in quel paese singolare, aveva un immenso rimbombo in Europa; di lì a poco Carlo Alberto accordava lo Statuto promesso, e infine la notizia della rivoluzione di Vienna era l’ultima scintilla che faceva divampare l’incendio. Il 17 marzo i prigionieri politici, liberati dal carcere, eran portati in trionfo sulle braccia del popolo, i colori nazionali apparivano agli occhielli degli abiti nella piccola ma provocante coccarda, una bandiera bianca, rossa e verde era issata sopra una delle antenne della piazza S. Marco. Nel 18, maggiore la folla, più insistenti le grida, più risoluti, più feroci gli animi. La truppa, accolta a fischi e a sassate, perde la pazienza e fa fuoco; ci sono morti e feriti; sembra imminente una lotta sanguinosa per le strade della città. Ma il governatore civile e il comandante la guarnigione eran timidi, fiacchi, benevoli forse a Venezia ove avevan lungamente vissuto; pieni di energia, d’entusiasmo, di fede erano invece gli uomini postisi in quei giorni memorabili a capo del popolo. Si chiede e si ottiene, col pretesto di mantenere la sicurezza pubblica, l’istituzione della guardia civica; dai fondaci dei rigattieri escono vecchie spade irrugginite, e fucili a pietra, e alabarde spuntate; escono dalle cucine i coltellacci e gli spiedi, e i nuovi militi bizzarramente vestiti e tutti con una sciarpa bianca a tracolla corrono come a festa le vie, e distribuiti in pattuglie fanno la notte il servizio di ronda. È il primo atto d’un’epopea? È l’ultima scena d’una farsa? Chi lo sa? Quali sono in quella folla gli eroi veri e quali gli eroi da teatro? Chi lo sa? Sono confusi insieme e non si potranno distinguere che al momento della prova.

Certo non si rischia molto assicurando fin d’ora che non è un eroe un nostro vecchio conoscente, il signor Oreste, comandante di una di quelle strane pattuglie nella notte tra il 21 ed il 22 marzo. Il signor Oreste, ch’è padrone d’una delle principali osterie in Cannaregio e che ha la sua buona dose di vanità, non ha potuto esimersi dal prestar l’opera sua alla patria in momenti tanto solenni, ma egli vuol conciliare i doveri di cittadino coi dettami della prudenza, e guidando il suo manipolo di prodi attraverso il dedalo inestricabile delle callette veneziane, pone ogni studio nell’evitar cattivi incontri.