Il giorno dopo Leonardo non s’alzò che tardissimo. Affacciandosi a un finestrino che dava sul Canal grande vide un movimento, un’animazione maggior dell’usato, sentì più insistente il grido che l’aveva colpito la notte prima: Viva San Marco! E altri gridi insieme con questo: Viva Pio IX! Viva Manin! Viva la libertà! Inoltre dalle frasi scambiate tra la gente che curiosava sulle rive o ai traghetti capì che gravi fatti erano successi e fatti non meno gravi si preparavano.

—Gli arsenalotti gli hanno fatto la festa?

—Al colonnello Marinovich? Sicuro.... Gli sta bene a quel cane. Li trattava da bestie.

—E com’è andata?

—Ma! Chi la racconta in un modo e chi in un altro. La mia però è storia genuina perchè la so da mia cognata che è sorella di un arsenalotto. Fatto si è che appena Marinovich s’è presentato all’arsenale questa mattina, gli operai, che non se l’aspettavano dopo le minaccie di ieri, gli si strinsero attorno con urli, fischi, imprecazioni. Lui tira fuori la spada e si fa largo un momento.... Ma quelli s’inviperiscono di più e gli danno addosso di nuovo. Vista la male parata, il colonnello cerca di fuggire, trova aperta la porta di una delle torri vicine all’ingresso, sale per la scala, ma i suoi inseguitori gli sono alle calcagna, un calafato gli pianta nella schiena la sua trivella, e felice notte.

Di lì a poco si sente un’altra gran novità.

—L’arsenale è nostro.

—Come? Come?

—Se n’è impadronito Manin.

—Senza combattimento?