Ma prima di sera ogni dubbio era tolto; la capitolazione era firmata; era proclamata la Repubblica.
Ormai il tricolore sventolava da tutte le case; l’entusiasmo brillava su tutti i volti; da tutti i petti irrompevano le grida Viva San Marco! Viva Pio IX! Viva l’Italia! Viva Manin!
Leonardo Bollati era rimasto quasi sempre immobile alla finestra. Sporgendo la testa fuori del davanzale, egli vedeva sotto di sè nel terrazzo del primo piano la famiglia del lord che, insieme con altri connazionali, godeva, come di uno spettacolo, di quella rivoluzione pacifica. E la famiglia del lord, di tratto in tratto, levava gli occhi e vedeva lui, the scion of the Doges, il discendente dei dogi, e lo mostrava agli ospiti, appollaiato lì in alto, sotto la grondaia, come una civetta. Quando le grida di Viva San Marco si fecero più romorose e più generali, gli Inglesi si misero a guardare in su con una curiosità più indiscreta. Pareva volessero indovinar i pensieri di lui, the scion of the Doges, in quel momento solenne. E se il popolo fosse venuto a prenderlo nella sua soffitta, e a ricondurlo nel primo appartamento, cacciandone gli estranei che l’occupavano? Una figliuola del lord, molto romantica, molto byroniana, diceva che sarebbe stata una scena drammaticissima e ch’ella si sarebbe stimata felice d’assistervi anche dovendo esserne la vittima. Ma l’austero genitore, il quale non voleva che si scherzasse sopra tali argomenti, le diede sulla voce:—Keep your tongue, you silly thing. Tacete, scioccherella. Ormai il palazzo è da considerarsi come parte del territorio of our most gracious Queen, della nostra graziosissima Regina, e guai a chi lo tocca.
Il nobile lord poteva mettere il suo cuore in pace. In quel giorno 22 marzo 1848 i Veneziani non si rammentavano nemmeno dell’esistenza del conte Leonardo Bollati. E se, per una combinazione fortuita, l’uomo acclamato dal popolo portava il nome medesimo dell’ultimo Doge della Repubblica, non toccava ai nipoti degli antichi patrizii di regger le sorti di Venezia durante i diciasette mesi di lotta sfortunata, ma gloriosa, contro lo straniero.
XXII.
Di lì a tre o quattro giorni arrivava a Venezia Gasparo Rialdi. Arrivava da Pola insieme con qualche altro ufficiale di marina, sopra un piccolo legno, e dopo esser sfuggito non senza fatica agl’incrociatori austriaci. La gioia di trovar la patria libera, di poter combattere per una causa santa era amareggiata a quei generosi dal non esser riusciti a farsi seguire da tutta la flotta. Alle prime voci di rivoluzione, essi dicevano, s’era manifestato un vivo fermento negli equipaggi e in gran parte degli ufficiali ch’erano italiani di sangue e di pensieri. I più arditi, tra cui il Rialdi, sostenevano doversi salpar subito per Venezia, per partecipare alla lotta, se l’esito era ancora incerto, per recare al nuovo ordine di cose il sussidio d’una forza disciplinata, se la battaglia era vinta. Ma la maggioranza fu d’altro parere. Non bisognava precipitare, bisognava aver ragguagli più esatti; forse erano rumori sparsi ad arte; era impossibile che i compagni i quali si trovavano a Venezia non mandassero qualche avviso, che un Governo nazionale il quale per avventura si fosse stabilito colà non desse notizia di sè. Il consiglio di chi voleva gl’indugi prevalse. E intanto a Venezia si commetteva un primo, fatalissimo errore. Le lettere di richiamo per la flotta erano affidate al capitano del vapore del Lloyd che riconduceva il governatore Palffy, e quel capitano, o spontaneo, o costretto, dirigendosi a Trieste anzichè a Pola, consegnava il dispaccio alle Autorità austriache, le quali furono in tempo di prender le disposizioni necessarie a scongiurare un avvenimento forse più grave per la monarchia che la perdita d’una provincia. Rimaneva un partito. Alzare audacemente il vessillo della rivolta, passar sotto i cannoni del porto, aprirsi a ogni costo il varco per Venezia. Questo avevano suggerito, a questo s’erano dichiarati pronti Gasparo Rialdi e pochi animosi suoi pari. Ma molti indietreggiarono all’idea dell’aperta ribellione; si sentivano legati dal giuramento, dall’onor militare; non osavano intraprendere, contro la volontà espressa dei capi, ciò che avrebbero osato quando i capi, colti dal panico, avevano smesso di comandare. A forza di titubanze si lasciò passare il momento propizio e parve follia il tentare quello che prima sarebbe stato agevole il compiere. Il Rialdi e quattro o cinque amici partirono soli; gli altri, fremendo, morsero il freno. Venezia non ebbe nel 1848 una flotta, e chi può dire che il non averla avuta non abbia ritardato di dieci anni la redenzione d’Italia?
Comunque sia, quando il giovane ufficiale giunse in patria, ben pochi s’erano accorti di aver perduta, senza combattere, una prima battaglia. Il paese era nella luna di miele della libertà; i fatti interni e le notizie dal di fuori mantenevano gli animi in uno stato d’ebbrezza gioconda; le voci più strane, pur che conformi al desiderio, erano accolte come verità incontestabili. I Milanesi, vincitori nelle loro cinque eroiche giornate, avevano chiuso Radetzky in una gabbia di ferro; Carlo Alberto era già col suo esercito sotto Verona, ove si trattava della formalità della capitolazione; cinquantamila papalini, benedetti da Pio IX, avevano passato il Po; dietro a loro venivano cinquantamila napoletani, ch’eran soldati di quelli coi fiocchi, diceva la gente, come se li avesse visti alla prova. S’affermava inoltre che non c’erano più neanche due reggimenti austriaci in tutto il Lombardo-Veneto, locchè rendeva alquanto difficile di capire con chi se la sarebbero presa i formidabili eserciti che pullulavano da ogni parte, ma gli spacconi non si confondevano per così poco. Quando una nuova, data per certa la mattina, era smentita la sera—Bah!—si diceva stringendosi nelle spalle.—Quello che non è vero oggi, sarà vero domani.—Che se alcuno si permetteva esprimere un dubbio, gli si dava addosso come a uccello di malaugurio.
Non che si trascurasse d’armarsi, che si esitasse a sottomettersi a qualunque sacrifizio, oh no. Anzi la contraddizione era questa, che si chiedevano e si accettavano lietamente i sacrifizi per una causa la quale, a sentir le chiacchiere della piazza, pareva non doverne aver più bisogno. Senonchè, alla gioia più legittima, agli entusiasmi più santi, all’abnegazione più pura nuoceva un non so che di sguaiato e melodrammatico nelle foggie, nel linguaggio, nelle consuetudini romorose della vita cittadina. Gran bandiere, gran musiche, gran sciupìo di versi, gran mostra di crociati che parevan coristi, di lions che manifestavano i loro sentimenti vestendosi da tenori, gran sfoggio di pennacchi nei cappelli, di colori sugli abiti.
A Gasparo Rialdi questo carnovale dispiacque; tuttavia egli tenne per sè le proprie impressioni e non pensò che a mettersi agli ordini del Governo. Offertogli di attendere all’armamento della flotta minuscola rimasta dentro l’Arsenale, egli accettò subito l’incarico, deliberato però ad arruolarsi più tardi nell’esercito di terra, se, com’egli temeva, non c’era da far nulla sul mare. Naturalmente, durante il suo soggiorno a Venezia, egli abitava presso la famiglia, da lui non più riveduta dopo il disgraziato matrimonio della sorella.