—Oh!—disse Fortunata—lo zio t’ha portato una nuova Lilì!

Il nome rimase e la bambola battezzata per la nuova Lilì strinse Margherita d’un nodo indissolubile allo zio Gasparo. Ogni volta ch’egli veniva a casa Margherita gli correva incontro festosa a mostrargli la nuova Lilì, il cui abbigliamento andava illeggiadrendosi e complicandosi sempre più per le ingegnose aggiunte che vi faceva Fortunata. Gasparo, prima ancora di spogliarsi della sua divisa e di depor la sua sciabola, prendeva in collo la nipote e la copriva di carezze e di baci, ma la nipote non era contenta s’egli non dava qualche bacio e qualche carezza anche alla bambola, sua indivisibile compagna. Intanto la vecchia Lilì, dimenticata in un angolo, con la veste sdruscita, una gamba rotta, i fianchi squarciati e la stoppa che le usciva dalla pancia, esperimentava duramente l’ingratitudine umana.

Eran circa due settimane dacchè Gasparo si trovava a Venezia quando Fortunata si fece animo a iniziar con lui un discorso scabroso che le stava da un pezzo sulla punta della lingua e ch’ella non sapeva mai risolversi a cominciare.

—Gasparo—ella balbettò una sera dopo aver messo a letto la bimba—non t’ho ancora parlato di....

—Di che cosa?—interruppe il giovane aggrottando le ciglia.

—Non turbarti, non guardarmi in quel modo—esclamò Fortunata.—Mezz’ora fa eri così gaio, così sorridente con Margherita.... Io sentivo svanir la gran soggezione che ho di te....

—Soggezione! Soggezione!—brontolò Gasparo.—Perchè devi averne?

—Ho torto, lo so.... Sei tanto buono.... Fosti sempre tanto buono.... Ma che vuoi? Sono una femminetta senza spirito.... Basta un nulla a confondermi.

—Via—soggiunse Gasparo raddolcendo la voce.—Di che cosa vuoi parlarmi?

—Di... di Leonardo—disse Fortunata tutta tremante.