—Eh! Chi sa?—disse la signora Federica con aria di mistero.
Roberto fissò sua madre con curiosità.—E sarebbe?
—Oh! Questo non è il momento…. Domani… oppure più tardi.
Il giovine non rispose.
Di lì a poco tornarono la signora Giulia e Lucilla vestite per il ballo. Lucilla indossava un abito di velo bianco un po' scollato e con le maniche corte; nei capelli s'era messa una camelia rossa; dal suo sguardo, da tutta la sua persona, spirava un fascino irresistibile. E vinto da questo fascino, Roberto non voleva porgere ascolto a una voce interna che gli ripeteva: Bada, la giovinetta a cui un uomo come te può dare il suo cuore dev'essere più modesta, più vereconda, e soprattutto deve saper amare di più.
—Dunque addio, Roberto—ella disse con grazia, tirando fuori della mantellina il suo braccio nudo fin sopra il gomito e tendendogli la sua bella mano chiusa in un guanto gris-perle.—Addio, e a domani.
Egli pensò che fra poco quello svelto corpicino sarebbe stato trascinato da altri nel turbine delle danze, che altri avrebbero stretto quella mano, sentito il contatto di quel braccio morbido, aspirato voluttuosamente il profumo di quei capelli ondeggianti, pensò che altri avrebbero passeggiato con la stupenda fanciulla per le sale piene di luce, si sarebbero affacciati con lei alla finestra a inebbriarsi nell'aria tepida d'una notte estiva, le avrebbero forse susurrato all'orecchio parole d'amore, e provò nell'anima tutti gli spasimi della gelosia.
Non più padrone di sè,—Lucilla—egli disse con accento appassionato—non puoi sacrificarmi questa festa da ballo?
Ella gli diede col ventaglio un colpettino sulla mano,—Bisogna venir dalle miniere per aver queste idee…. Come vorresti fare?… A quest'ora, dopo che mi son vestita, dopo che mi aspettano…. Nemmen per sogno….
—E in tal caso—egli balbettò—perchè non verrei anch'io dagli Osnaldi?… La mamma doveva pure andarci…. E poi, li conoscevo una volta…. In ogni modo, non è vero, signora Giulia, che mi presenterebbe?